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DOCUMENTO SULLA DOTTRINA SOCIALE DA PARTE DELLE CHIESE ORTODOSSE

Il 27 marzo scorso, presso l’arcidiocesi greco-ortodossa d’America a New York, è stato presentato il documento «Per la vita del mondo. Verso un ethos sociale della Chiesa ortodossa». L’origine risale al giugno 2017 quando il patriarca ecumenico Bartolomeo nominò una commissione speciale di teologi (presieduta da John Chryssavgis) «per preparare un documento formale sulla dottrina sociale della Chiesa ortodossa», come essa si è riflessa nella tradizione lungo i secoli e nella pratica contemporanea tenendo conto delle decisioni del grande concilio tenutosi a Creta nel giugno 2016. Viene ora predisposto questo testo affinché possa essere accolto e discusso all’interno della Chiesa, anche alla luce dei recenti sconvolgimenti mondiali. Vi si sottolinea l’importanza della collaborazione sociale, della voce della fede sui temi della giustizia e della convivenza. Pubblichiamo stralci della traduzione in italiano effettuata da Athenagoras Fasiolo, archimandrita del Trono ecumenico.

La Chiesa non può seguire veramente Cristo o renderlo presente al mondo se non riesce a porre al centro della sua vita morale, religiosa e spirituale l’assoluta preoccupazione per i poveri e gli svantaggiati. La ricerca della giustizia sociale e della clemenza — aiuto ai poveri e riparo per i senzatetto, protezione per i deboli, accoglienza per gli sfollati e assistenza ai disabili — non è semplicemente un ethos che la Chiesa raccomanda per avere la coscienza tranquilla, ma è un necessario mezzo di salvezza, il percorso indispensabile per l’unione con Dio in Cristo. Non riuscire in queste responsabilità porta alla condanna davanti al giudizio di Dio (Matteo, 25, 41-45). Per questo le prime comunità cristiane dell’età apostolica adottarono un modo di vivere radicalmente diverso da quello del più ampio ambiente culturale, possedendo tutto in comune e rinunciando a tutta la ricchezza privata a favore della comunità nel suo complesso, in modo che le esigenze di ogni membro del corpo di Cristo potessero essere soddisfatte (Atti, 2, 44–45; 4, 32–37).

A quel tempo la Chiesa non poteva permettersi di rimodellare la società civile e, data la realtà assolutamente inattaccabile dell’ordine imperiale, la Chiesa non avrebbe potuto produrre qualcosa di simile a un’ideologia politica astratta, per correggere o migliorare le ingiustizie dell’epoca. Tuttavia i cristiani erano in grado di prendersi cura dei poveri che si trovavano tra di loro e soprattutto delle vedove e degli orfani (le classi più indifese del mondo antico), creando una politica d’amore che non abbandonava alcuno al proprio destino. Inoltre questa comprensione della vita in Cristo, come solidarietà radicale, è continuata, non perfettamente purtroppo ma con un effetto reale, nell’epoca in cui la Chiesa si era politicamente affrancata.

Dopo la conversione dell’imperatore Costantino, nessun cambiamento nella politica imperiale fu più significativo, come espressione concreta delle conseguenze sociali del Vangelo, che il grande impegno della Chiesa per i poveri, grazie anche al grande sostegno materiale da parte dello Stato.

Tutti i più grandi padri della Chiesa del iv e v secolo hanno inoltre testimoniato eloquentemente la profonda intuizione cristiana, secondo cui la vita in Cristo deve comportare un’ostilità combattiva alle condizioni che creano povertà, nonché un impegno eroico per la filantropia e la carità. San Basilio il Grande si oppose alle disuguaglianze della ricchezza nella società dei suoi tempi e criticò aspramente i ricchi che immaginavano di avere il diritto di nascondere agli altri i propri beni, richiamandosi solo a motivi legali; tutte le benedizioni vengono da Dio, insisteva, e tutti i beni della creazione sono proprietà comuni dell’umanità. San Giovanni Crisostomo ha detto lo stesso di tutti coloro che guadagnano la loro ricchezza attraverso pratiche ingiuste che sottopongono i poveri a una sempre più grande povertà. Sant’Ambrogio di Milano aveva un punto di vista simile. Questa era l’epoca in cui i teologi cristiani ebbero per la prima volta l’opportunità, e l’obbligo, di considerare come trasferire la radicale solidarietà sociale e la carità comune della Chiesa apostolica nelle pratiche civiche di una cultura presumibilmente cristiana.

Tutti erano profondamente consapevoli del fatto che una cultura cristiana doveva affrontare i mali strutturali che condannano così tanti alla penuria, concedendo a pochissimi un’immensa ricchezza.

Una grande sfida che la Chiesa ortodossa può incontrare nel mondo moderno è quella di trovare il modo di obbedire oggi a questi insegnamenti e tradizioni scritturistici e patristici riguardo al bene comune, ed è una sfida che richiede discernimento e pazienza. Richiede anche, tuttavia, una fedeltà senza compromessi alla persona di Cristo e agli esempi degli apostoli e dei santi. Ciò significa che la Chiesa è chiamata a condannare le attuali condizioni sociali, quando la condanna è giustificata, a elogiare laddove tali condizioni sono meritorie e a incoraggiare il cambiamento in meglio, ovunque l’incoraggiamento possa dare frutti. Soprattutto la Chiesa non può essere meno preoccupata per la situazione dei poveri e degli indifesi di quanto non lo fosse Cristo stesso e deve essere pronta a parlare per conto loro, quando le voci di questi non vengono ascoltate.

In qualsiasi nazione i poveri sono quasi sempre i primi a soffrire, a causa di eventuali condizioni avverse generali, naturali o sociali, economiche o politiche. E, in molti luoghi, la povertà è tanto il risultato di discriminazioni razziali o di classe, quanto di mera sventura personale. L’attuale crisi ambientale ad esempio — cambiamenti climatici antropogenici, inquinamento tossico delle risorse idriche e dei suoli in tutto il mondo, danni onnipresenti all’intero ecosistema da parte di microplastiche e altri contaminanti, deforestazione, erosione del suolo, rapido declino della diversità biologica — è una catastrofe incalcolabile per l’intero pianeta e per tutta la vita sulla terra. Quasi sempre, tuttavia, l’onere più grande e immediato ricade sui luoghi della terra economicamente meno sviluppati, dove i governi possono fare, o scelgono di fare, molto poco per proteggere gli indigenti dalle conseguenze dei rifiuti industriali e della devastazione ecologica generale. Sono i poveri, inoltre, che sono più regolarmente sfollati e ulteriormente impoveriti dalla distruzione dell’ambiente che li circonda. Anche nelle nazioni più sviluppate i cittadini più poveri tendono a essere quelli più regolarmente esposti ai terribili risultati del degrado ambientale e non hanno le risorse per porre rimedio alla loro situazione.

Finché sussistono immense discrepanze di ricchezza tra le nazioni e tra gli individui, il potere sociale e politico resterà in mano principalmente ai ricchi, così come qualsiasi grado di relativa immunità dalle conseguenze della follia umana e della corruzione o di calamità naturale potrà essere raggiunta con mezzi materiali. La Chiesa deve, in ogni generazione e ricordando l’esempio della Chiesa dell’età apostolica, chiedere a ogni società se non ci possano essere mezzi efficaci e forse nuovi modelli economici attraverso i quali ottenere una distribuzione più giusta della ricchezza, e quindi un impegno più radicale per il bene comune della società e del pianeta, che dobbiamo condividere tutti. Per santa Maria Skobstova, questo è un mandato rivolto a tutti coloro che cercano di elevarsi dalla terra al cielo e gioire con gli angeli quando un bicchiere d’acqua viene offerto a un singolo individuo nel nome del Signore: «Una persona dovrebbe avere un atteggiamento più attento alla carne del suo fratello che alla propria. L’amore cristiano ci insegna a dare al nostro fratello non solo beni materiali, ma anche doni spirituali. Dobbiamo offrirgli la nostra ultima camicia e la nostra ultima crosta di pane. Qui la carità personale è così necessaria e ha tanto valore quanto la più ampia opera sociale. In tal senso, non c’è dubbio che il cristiano è chiamato al lavoro sociale. È chiamato a organizzare una vita migliore per i lavoratori, a provvedere agli anziani, a costruire ospedali, a prendersi cura dei bambini, a lottare contro lo sfruttamento, l’ingiustizia, la povertà, l’illegalità».

La bellezza e la bontà della creazione si manifestano generosamente nella cornice stessa della natura. Ma allo stesso tempo il nostro è un mondo decaduto, schiavizzato a morte, sfigurato ovunque da violenza, crudeltà, ignoranza e conflitti. La violenza contro la natura è già un segno di un ordine creato corrotto dall’allontanamento da Dio; ma la violenza perpetrata intenzionalmente da uomini assennati, specialmente quando è organizzata e perseguita su vasta scala, come guerra tra popoli o nazioni, rappresenta la più terribile manifestazione del regno del peccato e della morte in tutte le cose. Nulla è più contrario alla volontà di Dio, per le creature modellate a sua immagine e somiglianza, dell’esercitare la violenza l’uno contro l’altro, e non vi è nulla di più sacrilego della prassi organizzata delle uccisioni di massa. Tutta la violenza umana è, in qualche modo, una ribellione contro Dio e contro l’ordine divinamente creato. Non è un caso che il linguaggio dei diritti umani, così come le convenzioni e le istituzioni giuridiche concepite per proteggere e far progredire tali diritti, sono sorti in particolare in nazioni le cui culture etiche erano state formate dal credo cristiano. Oggi impieghiamo il concetto di diritti umani innati come una sorta di lingua neutrale per negoziare meccanismi politici e giuridici, per la salvaguardia della dignità umana, della libertà generale, della stabilità sociale, della parità dei diritti per tutti, del pieno coinvolgimento politico, della giustizia economica e dell’uguaglianza davanti alla legge, nonché dell’istituzione di convenzioni internazionali per la protezione dei diritti delle minoranze, dei migranti e dei richiedenti asilo, e contro i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità. Ma le radici storiche di tali idee affondano nelle profondità dell’annuncio del Vangelo, nel bel mezzo di una cultura imperiale alla quale tali idee erano in gran parte estranee, promuovendo il valore infinito di ogni anima e la piena dignità personale di ogni individuo.

Il XXI secolo nasce come un secolo di migranti e rifugiati in fuga dalla criminalità violenta, dalla povertà, dai cambiamenti climatici, dalla guerra, dalla siccità, dal collasso economico e dalla richiesta di sicurezza, sostentamento e speranza. Il mondo sviluppato conosce ovunque la presenza di rifugiati e richiedenti asilo, molti ammessi legalmente, ma anche molti altri senza documenti. Essi scuotono quotidianamente le coscienze delle nazioni più ricche proprio con la loro vulnerabilità, indigenza e sofferenza. Questa è una crisi globale, ma anche un appello personale alla nostra fede, alla nostra più profonda natura etica, alle nostre indiscutibili responsabilità. La Chiesa ortodossa considera la situazione di questi popoli sfollati come una chiamata divina all’amore, alla giustizia, al servizio, alla misericordia e all’inesauribile generosità. La Chiesa loda dunque le nazioni che hanno accolto questi migranti e rifugiati e che hanno concesso asilo a coloro che lo cercano. Inoltre ricorda ai cristiani di tutto il mondo che tale accoglienza è un comando biblico, che trascende gli interessi dei governi secolari. Lo Stato nazionale moderno non è un’istituzione sacra, anche se a volte può servire le cause della giustizia, dell’equità e della pace. Le frontiere non sono altro che accidenti della storia e delle convenzioni di diritto. Anche queste possono servire a volte a un fine utile, ma di per sé non sono beni etici o spirituali, il cui intento potrebbe giustificare il fallimento di prendere le nostre sacre responsabilità verso coloro che Dio ha raccomandato alla nostra particolare cura.

L’ethos sociale della Chiesa si realizza non solo attraverso l’attuazione di prescrizioni etiche ma anche e più pienamente nell’attesa liturgica del Regno di Dio. Nulla di quanto qui proposto può portare molti frutti se viene sottratto alla piena vita sacramentale di coloro che sono chiamati a essere immersi nel fuoco dello Spirito Santo, uniti in tal modo a Cristo e, attraverso Cristo, al Padre. Per i padri della Chiesa, e specialmente nell’insegnamento di Dionisio l’Areopagita, la dossologia celeste delle potenze angeliche e delle schiere dei giusti che circondano il trono regale di Cristo (cfr. Apocalisse, 7, 11) perfeziona e allo stesso tempo fa conoscere il perfetto culto archetipo, a cui tutta la creazione è chiamata dalla notte dei tempi, ed è questa liturgia celeste che ispira e forma il sacramento eucaristico sulla terra. Affinché i cristiani ortodossi si conformino ai comandamenti etici di Cristo, tuttavia, bisogna che ognuno prenda ogni giorno la propria croce personale, e questa decisione deve relazionarsi con la disciplina ascetica della “gioiosa tristezza”, non come una sorta di scarica catartica di emozioni ma piuttosto come un atto di pentimento per il proprio allontanamento dalla grazia di Dio.

La Chiesa esiste nel mondo, ma non è del mondo (Giovanni, 17, 11, 14–15). Essa abita questa vita sulla soglia tra la terra e il cielo, e testimonia di generazione in generazione delle cose ancora non viste. Essa dimora tra le nazioni, come segno e immagine della pace permanente e perpetua del Regno di Dio e come promessa della perfetta guarigione dell’umanità e della restaurazione di un ordine creato, frantumato dal peccato e dalla morte. Coloro che sono “in Cristo” sono già «una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove» (2 Corinzi, 5, 17). Questa è la gloria del Regno del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, che ancora oggi si intravede nei volti radiosi e trasfigurati dei santi. Tuttavia la Chiesa non è solo l’icona vivente del Regno ma anche una testimone profetica incessante di speranza e di gioia, in un mondo ferito dal suo rifiuto di Dio. Questa vocazione profetica esige il rifiuto di tacere di fronte a ingiustizie, falsità, crudeltà e disturbi spirituali; e questo non è sempre facile, anche nelle moderne società libere. Caratteristico segno comune di molte delle nostre società contemporanee, spesso in modo curioso, con sistemi politici incompatibili tra loro, sia in Oriente che in Occidente, è il nuovo insegnamento che debba esistere una sfera puramente pubblica che, per essere allo stesso tempo neutrale e universale, deve escludere l’espressione religiosa. La religione, inoltre, è intesa in tali società come essenzialmente un fatto privato, che non deve intromettersi nelle discussioni pubbliche per il bene comune. Ma questo è falso in linea di principio e risulta vessatorio nella pratica. Da un lato, il secolarismo stesso è una forma di ideologia moderna, investita con il suo proprio concetto implicito del bene e del giusto; ma se viene imposta in modo assoluto a società versatili e realmente diversificate diventa solo un altro credo autoritario.

In alcune società contemporanee, le voci religiose negli spazi pubblici sono state legalmente e forzatamente silenziate, sia con il divieto dei simboli religiosi o anche per certi stili religiosi di abbigliamento, sia col negare alle persone religiose di agire secondo coscienza su questioni di rilevanza etica, senza violare i diritti inalienabili degli altri. In verità, gli esseri umani non possono erigere compartimenti stagni che separano le loro convinzioni etiche dalle loro credenze più profonde sulla natura della realtà e chiedere loro, o costringerli ad agire in questo modo, è un invito al risentimento, ad approfondire la faziosità, il fondamentalismo e il conflitto.

È innegabile il fatto che le società moderne siano sempre più culturalmente diverse e, lungi dal deplorare questo fatto, la Chiesa ortodossa saluta ogni occasione di incontro e di reciproca comprensione tra le persone e i popoli. Ma tale comprensione diventa impossibile allorché certe voci vengono messe a tacere, a priori, da leggi coercitive. Mancando tale comprensione e forse in parte a causa di tali coercizioni, problemi molto peggiori e molto più devastanti di un semplice disaccordo civile possono covare e crescere oltre i margini dell’arena pubblica “asettica”.

La Chiesa Ortodossa, quindi, non può accettare la relegazione della coscienza e della convinzione religiosa a una sfera puramente privata, se non altro perché la sua fede nel Regno di Dio modella necessariamente ogni aspetto della vita dei fedeli, comprese le loro opinioni su questioni politiche, sociali e civili. La Chiesa non può semplicemente riconoscere il carattere manifestamente spregiudicato e imparziale dell’ideologia del secolarismo; ogni ideologia può diventare oppressiva quando le viene dato un potere indiscusso per dettare i termini della vita pubblica. Mentre un sistema politico che non impone una religione ai suoi cittadini costituisce un ideale realmente buono e onorevole, un governo che limita anche le espressioni ordinarie di identità e di fede religiosa diventa fin troppo facilmente una tirannia morbida che, alla fine, crea più divisione che unità.

Fonte: ©L’Osservatore Romano, 15 aprile 2020

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