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PRETENDERE DI PIÙ DALLA FEDE. LE CONVERSIONI

In quanti modi può essere declinata la conversione! Da ogni angolatura non si può negare che eserciti un’attrazione, che è anche figlia dei tempi, dell’ambiente culturale tipico della globalità. In società più tradizionali, meno diversificate, è guardata con sospetto, se non con paura. Evoca, infatti, un mondo anche oltre i confini strettamente religiosi. S’interseca con l’identità, con l’appartenenza al gruppo, con le tradizioni che scandiscono i tempi di una comunità. Per questo un ambiente sociale poco abituato agli scambi interpreta facilmente la conversione come un atto di ostilità. Affascina riflettere su questi meccanismi, perché sono tessuti in strati profondi della coscienza, cui normalmente non si presta attenzione. Proprio in queste profondità rischiamo di imbatterci in un sé più guerrafondaio di quanto avremmo immaginato. Anche questo è un modo utile a far emergere il modo in cui consideriamo il campo che è lo spazio in cui ci muoviamo. Come lo concepiamo? Come un campo di battaglia, su cui sono schierati fronti opposti, noi e loro? Oppure siamo disponibili a riconoscere le identità come insiemi complessi, più simili a cerchi che s’intrecciano in molti modi, diversi tra loro di volta in volta? Il primo livello che può interpellare chiunque relativamente alla conversione è rispetto a se stessi e rientra nell’esperienza ordinaria di ogni credente. In questo senso la conversione attiene allo statuto ordinario della fede ed è dunque possibile sempre. Qualche rara volta, nella vita di qualcuno, può registrare cambiamenti radicali. E quindi può avvenire in alcuni casi. Infine, per l’estrema capillarità propria della religiosità, è assai arduo analizzare la conversione radicale.

Convertirsi sempre

Fra il IX e il X secolo visse rabbi Saadiah ben Yossef, detto Saadiah Gaon perché dirigeva le due importanti Accademie talmudiche di Sura e Pumbedita. Si racconta che ogni sera fosse abituato ad esaminare la propria giornata e a dire:

ripenso a come ho servito Dio durante il giorno … e mi dico: “Oh! Se stamattina avessi conosciuto Dio come lo conosco ora, lo avrei servito in modo completamente diverso! Questo è il mio pentimento odierno”.

Il pentimento è preliminare rispetto alla conversione, è la presa di distanza dall’errore commesso e il desiderio di migliorarsi da quel momento in poi. Il progresso è stabilito in relazione a una prospettiva, a un ideale. Per il credente si traduce in un continuo discernimento volto a ri-orientarsi per avvicinarsi alla volontà di Dio e alla realizzazione di sé, potremmo anche dire, alla felicità.

La riparazione del mondo, Tikkun Olam, di cui parla la tradizione cabalistica, intercetta nella teshuvah, cioè nel ritorno, nella conversione,un passaggio necessario. Il continuo ritorno alle fonti della fede è annoverato fra le finalità della lettura orante, meditata, dei testi sacri. Per migliorare il mondo, per diffondere il bene, per corrispondere alla finalità assegnata a ciascuno nella logica del disegno dell’intelligenza creativa, è regolarmente necessario partire e ripartire dalla conversione. E, interpretando lo spirito di questa espressione ebraica, il primo cambiamento risiede nello sguardo. non rimandare deluso chi ti guarda con occhi supplicanti, si legge nel libro del Siracide (4, 1), gli occhi parlano. Suggerisce di guardare al mondo, alla totalità dei fenomeni, come un restauratore osserverebbe una tela o un affresco da restituire alla luce. Analogamente chi crede nel Dio creatore guarda alla creazione con la fiducia che si tratti di un’opera d’arte dotata di bontà. E pertanto si adopera per renderla più manifesta. Riparare il mondo significa promuovere azioni finalizzate, qualificate, nelle comunità di fede, nella società, in politica. Significa innanzitutto, però, partire da sé, dall’opera personale di recupero delle scintille divine, che, secondo il mistico Isaac Luria, sono sparse ovunque e mescolate al male. Approfondire la Bibbia, mettere in pratica i precetti, coltivare l’ideale della santità sono modi per recuperare quelle scintille, liberarle dal male con cui sono mescolate e mostrarle. Praticamente quest’attitudine fa proprio il sogno di Dio sull’umanità, un giardino ben custodito, che vive in pace e gode dell’equilibrio delle sue diverse componenti. La pace descritta nelle Scritture si afferma attraverso la giustizia, Amore e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno (Sal 85, 11). E pretende la difesa dei più deboli, Il Signore protegge i forestieri, egli sostiene l’orfano e la vedova (Sal 146,9). La conversione matura nell’intimo, ma poi deve potersi apprezzare nei fatti. La forza del pentimento, il cambiamento fattivo sulla scorta della fede, rigenerano, fanno sgorgare una novità di vita che contagia il contorno. Perciò la vicenda personale si riflette in quella della comunità e viceversa.

Anche l’islam parla del cambiamento di vita come di un rivolgersi a Dio. In qualche passo la conversione intesa come cambiamento e dimostrata attraverso opere di bene è simboleggiata dalla luce. E’ scritto, infatti, nel Corano (66, 8): … volgetevi a Dio e pentitevi … “Signore nostro, rendi completa per noi la nostra luce e perdonaci …”. E in un altro luogo (Cor 11, 3.90) è scritto: … fate ritorno a Lui … Il ritorno a Dio è premessa e conseguenza del pentimento. La conversione testimonia una continua circolarità di relazione fra il credente e Dio. L’associazione fra luce e novità di vita rivela l’affinità che la conversione perfeziona nel credente che tende a Dio e si lascia muovere da lui.

Nell’esperienza cristiana del perdono acquista centralità la misericordia di colui che ci ha amati per primo (1Gv 4, 19). L’amore di Dio, che trova una sintesi perfetta nella parabola evangelica del Padre misericordioso (cf. Lc 15, 11-32), si esprime nella grazia e realizza la possibilità costante del nuovo che germoglia, anche sotto forma di pentimento. Nella conversione si colloca la sequela a Gesù, la capacità di prendere la croce su di sé (cf. Mt 16, 24).

La conversione nel suo senso comune è collegata al male e comporta il suo disconoscimento. Ciò emerge dai passi citati ed è ancora più marcato nei testi indiani di Sanatana Dharma. A meno di non volersi concentrare sui temi della colpa, del perdono e del pentimento, conviene considerare questo male nella sua accezione più ampia e spirituale. Nella naturale mescolanza con il bene, può essere negativo tutto ciò che non lo promuove, non lo approfondisce o non lo favorisce in un caso specifico. Considerata la situazione in questi termini, la conversione si afferma come risultato di un’analisi meditata di una specifica vicenda. Così non possiamo che riconoscere che le conversioni aumentano con l’aumentare della santità. Quindi, si registrano nella propria vita tante più conversioni quanto più si ha cura della propria spiritualità e quanto più si cerca di progredire nella santità. Poiché tutte le fedi chiamano i fedeli alla santità, non esiste un solo fedele che non faccia esperienza di conversione. Anzi, se maturasse una consapevolezza migliore di questi passaggi, che trascorrono spesso sotto silenzio, nella totale indifferenza, la qualità della vita ne avrebbe tutto da guadagnare. Fare attenzione al bene equivale a convertirsi ad esso, a promuoverlo. Avere cura del bene dell’altro significa respirare la conversione da una posizione superiore alla precedente. Fidarsi di Dio come Provvidenza che tutto fa tendere al bene (cf. Rm 8, 28), anche quando si cerca un perché e non lo si individua, è la vera ascesi di chi assume in proprio il disegno benevolo Dio.

Storie di uomini esemplari, talvolta esperienze dirette, insegnano che le conversioni non sono sempre vissute come un processo naturale, ma anzi sono portate avanti a fasi alterne e con dolore. Restano prove della tensione propriamente umana al miglioramento. In assenza del benessere spirituale anche la condizione di vita apparentemente più invidiabile resta carente. Custodire nella sua vivacità il nucleo pulsante della conversione è dunque particolarmente raccomandabile. E questo principio conserva una sua validità anche nella visione di chi non professa alcun credo.

Convertirsi qualche volta

Poiché la fede postmoderna è molto incline a riconoscere il sacro fuori dai confini e dai luoghi tradizionalmente preposti, questa regolare riconquista di una comunione più piena in Dio può trovare stimoli e attuazioni ovunque. Oggigiorno nella società pluralistica non dovrebbe più destare scandalo la scelta radicale, cioè quella che avviene per alcuni, che sperimentano la conversione in un’accezione diversa rispetto alla precedente. In questi casi quel processo di rinnovamento interiore approda a un universo religioso diverso da quello in cui si è nati e cresciuti, può coincidere con la maggioranza degli abitanti nel territorio di appartenenza, e viene spesso chiamata assimilazione, oppure può confluire in una minoranza. Ad esempio, a chi manifesti l’intento di avvicinarsi alla fede ebraica i rabbini sono soliti ricordare le persecuzioni a cui questa fede è sempre maggiormente esposta e chiedono se vi sia la reale intenzione di esporvisi. Per alcuni questo diventa il criterio più affidabile nel valutare la sincerità del proposito.

La considerazione fondamentale, mai scontata, riguarda la libertà religiosa. Non sarà mai troppo l’impegno necessario a valorizzarla, a garantirla, a goderne veramente. E goderne significa vederla applicata universalmente. Ogni applicazione squilibrata lamenta una mancanza. La libertà religiosa garantisce a chiunque di abbracciare, professare in privato e in pubblico la propria fede, garantisce che questa scelta possa variare un numero indefinito di volte. Si può approdare a un gruppo religioso diverso da quello di origine e se ne deve poter uscire quando si vuole. La libertà religiosa è una condizione neutra, che consente, anche praticamente, di pensare alla fede non come un trofeo imbalsamato, ma come un laboratorio di esperienze, in cui il credente non è puro ricettacolo, ma viene considerato soggetto di scelta. E’ una grande conquista a cui tutti i credenti dovrebbero tenere come alla salvaguardia della propria casa.

In alcune tradizioni la conversione è incoraggiata, è il caso delle religioni a carattere missionario, in cui i legami creati dalla fede sono pari o addirittura superiori a quelli acquisiti per nascita. Pensiamo al cristianesimo, all’islam. In altri contesti si sono accesi dibattiti che hanno prodotto varie posizioni, contrastanti fra loro, ma assestate ciascuna in contesti specifici. E’ il caso dell’ebraismo. Altre fedi scoraggiano completamente nuovi adepti, perché connettono inscindibilmente la religiosità alla condizione ricevuta per appartenenza familiare. E’ il caso di alcune tradizioni di Sanatana Dharma. Anche se questa interpretazione fa il paio con il suo opposto, cioè l’idea che è induista chiunque professi la legge eterna, che in alcuni casi può trovare un riconoscimento formale attraverso una cerimonia.

Le argomentazioni teologiche e i riti connessi all’accoglienza di un nuovo seguace indicano la valenza e la sensibilità del tema. Ha a che fare con la sopravvivenza di una certa forma religiosa. Se una comunità di fede attrae, intercetta un’esigenza spirituale, presenta delle caratteristiche capaci di andare incontro al bisogno di senso, cui la religione risponde. L’epoca in cui viviamo assiste da diversi decenni al fenomeno dei nuovi movimenti religiosi. La loro proliferazione non può non interrogare le religioni storiche, da cui peraltro spesso attingono. La scelta religiosa nella postmodernità è diventata un paradigma per interpretare la religiosità in se stessa. La sensibilità culturale dominante ha accentuato il valore della scelta, al punto che, anche non desiderando abbandonare la denominazione in cui si è nati, il credente oggi o lo è in base a una scelta precisa o non lo è affatto. E’ facile desumere che una simile situazione comporta potenzialità e limiti. Rimane un segno dei tempi importante, che ci consente tra l’altro di apprezzare la religiosità come dimensione estremamente ricca, sfumata, abile nel sedimentare nell’intimo chi l’accoglie.

Volgersi a una tradizione diversa è facilmente paragonabile a un viaggio. Per questo la sociologia contemporanea parla efficacemente del credente come di un pellegrino che migra da un’esperienza all’altra sulla scorta di una forte esigenza spirituale, rendendosi conto in prima persona di quanto ineffabile possa essere. E può capitare che, in nome dell’ineffabile, passi da una denominazione all’altra. Le scienze umane, a loro volta prodotto della modernità, hanno restituito dignità alle emozioni e hanno concesso loro diritto di cittadinanza. Questo contributo ha riverberato i propri effetti anche nella sfera del sacro. Il successo dei gruppi religiosi più ristretti si muove anche in questa direzione. La valorizzazione del sentimento, dell’afflato affrancato da alcune formalità cultuali ha favorito l’affermazione dei numerosissimi movimenti genericamente definiti come pentecostali.

Oltre le letture sociologiche, il fenomeno della conversione se una volta poteva essere vissuto come un dramma se non come un tradimento all’interno di una famiglia, comunque fa riflettere. Ci connette con lo strato profondo della fede, quello che non si accontenta. In tal senso suscita ammirazione. E’ bello vedere nel credente, che si converte da una forma religiosa a un’altra, una fede che pretende di più, che cerca una migliore espressione, che rivendica uno spazio diverso. Ma soprattutto, è una fede che cerca. In tal senso probabilmente moltissimi credenti, anche praticanti, almeno una volta nella vita hanno desiderato cambiare radicalmente. Alcuni lo hanno fatto, altri no. Nel rispetto di ogni scelta, chi lo ha fatto si è assunto una responsabilità ed è degno di rispetto. Chiunque si metta in luce per le sue scelte diventa un osservato speciale, tutti si aspettano da lui o da lei maggiore coerenza. Al di là degli esiti, che nessuno può giudicare, i convertiti diventano l’emblema di una condizione che essenzialmente appartiene a tutti gli uomini e le donne di fede, la ricerca di Dio.

Addentrarsi nei motivi di una conversione è affascinante e probabilmente non si esaurirebbe mai. Alcuni confidano l’estrema naturalezza, innescata magari dal contatto con una realtà, o, ancor di più, con i membri della comunità di arrivo. In altri casi giunge al termine di un vero e proprio studio, si accoglie come approfondimento razionale, ponderato. In molti casi è la preferenza accordata a una spiritualità più consonante a sé. Naturalmente sono esclusi dal discorso tutti i casi in cui la storia ha tristemente registrato forzature, che, in linea di principio, nessuna religione ammette né può considerare in senso proprio come conversioni. La conversione da una denominazione all’altra canta più che mai il desiderio di nascere una seconda volta e nello spirito.

Convertirsi mai

Sperimentare la fede come ricerca gode di un fascino impagabile. Lo è altrettanto imparare ad apprezzare la fede degli altri. Molti hanno compiuto scelte radicali e le hanno testimoniate come pietre miliari della propria esistenza. C’è, però, anche un altro aspetto da vagliare. Più che considerarlo razionalmente, attraverso ragionamenti filosofici o teologici, bisognerebbe affrontarlo a mani nude, non contando su alcuna mediazione. Quando personalmente ci si rivolge a Dio, anche con una semplice invocazione, come lo si immagina? Questa immagine, il nome che invochiamo, quanto risuona negli strati profondi, anche oltre la coscienza? Quando si pensa alla propria fede, se potessimo racchiuderla in un album, quali foto includeremmo, quali luoghi, quali eventi? Il nostro immaginario è abitato dal divino con cui siamo abituati a relazionarci con una profondità e una complessità che nemmeno conosciamo totalmente. In tal senso siamo per la gran parte sconosciuti a noi stessi. Qua e là, però, intuizioni giungono come sprazzi a dare conto di un legame della coscienza religiosa a un certo modo di concepire, di rispettare il divino. E una traccia intima lasciano le parole sacre, sia quelle ascoltate e lette dai testi, sia i modi di pregare individualmente e come comunità. Se per una certa parte della vita si è praticata intensamente una fede, le voci del sacro sono espresse in quella lingua particolare e non è una mera questione di fonetica, ma coinvolge il vissuto, l’appartenenza, il senso. Che la fede lasci solchi più profondi di quanto si possa immaginare, lo comprovano anche alcuni studi condotti su individui la cui conversione ha virato non alla volta di un’altra fede, ma della non-fede. Malgrado ciò, dei residui di religiosità permangono, nei valori, nel linguaggio, nel comportamento. Anni fa, interrogato sul tema, il Dalai Lama, Tenzin Gyatso, suggeriva di rimanere nella fede in cui si era cresciuti e di cercare di viverla a fondo, con sincerità, anche arricchendola di elementi provenienti da tradizioni diverse. Metteva in luce le difficoltà incontrate da persone che avevano affrontato il cambiamento sulla scorta di una semplice curiosità.

E’ opportuno operare alcune distinzioni. Scegliere di praticare una denominazione o l’altra all’interno della stessa fede, come ad esempio nascere cattolico e diventare ortodosso, non è lo stesso che scegliere una religione diversa, come ad esempio nascere musulmano e diventare cristiano. Le denominazioni all’interno della stessa fede presentano differenze da riconoscere, da non banalizzare, ma condividono la stessa sostanza. Cambia l’universo dei simboli e dei significati, invece, da una religione all’altra. Da queste due diverse articolazioni prendono vita fenomenologie religiose diverse.

Da questa angolatura, si può concludere con un paradosso che la conversione, cioè la scelta di una religione diversa, più che di una denominazione alternativa all’interno della stessa fede, potrebbe non avvenire mai del tutto o comunque comporta una rivisitazione del passato. Le tracce del vissuto religioso sono in parte indelebili, anche oltre la propria consapevolezza. In presenza di ragioni di cambiamento veramente radicate, sarebbe opportuno confrontarsi prima con quello che si intende lasciare, non sottovalutandone l’influsso su di sé. Bisognerebbe elaborarlo, distaccarsene consapevolmente, per approdare a una lettura diversa, ma pacificata, delle memorie interconnesse.

Conversione come circolarità

Il mondo plurale ci mette a contatto con tante forme di credenza, che facilitano la condivisione e la valorizzazione reciproca delle espressioni religiose, ci pone di fronte a uno scenario inedito, in cui ogni fede può avvalersi più facilmente delle altre nell’ottica del dono. Professare un credo in questa prospettiva converte alla circolarità del convivio, in cui si condividono le differenze nell’armonia. E l’una conosce sempre meglio se stessa, man mano che conosce e apprezza l’altra. E la conversione continua in circolo.

Ada Prisco

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