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SETE DI RISVEGLIO

In questi giorni i buddisti celebrano l’importante festa di Vesak, dal nome del mese che la calendarizza, una sola ricorrenza simbolica, che commemora la nascita, il risveglio e il trapasso del Budda storico. Questo principe indiano visse nel VI sec. a.C., un’epoca definita assiale, perché segnata da personalità ispirate e dotate, che hanno impresso una svolta alla storia. La luce caratterizza questa solennità, simboleggiando la spiritualità offerta all’umanità dalla parabola esistenziale di quest’uomo, iniziata da un’esigenza interiore e sfociata nel risveglio. La sua vicenda personale apre una nuova pista di ricerca spirituale. Racconta un cambiamento fortemente voluto e conquistato attraverso un’investigazione interiore persistente, la cui tenacia può essere di esempio in ogni situazione asfittica, senza apparenti vie d’uscita. Lascia importanti eredità anche all’oggi, alle prese con tanti sentieri interrotti, da riparare o da lasciare definitivamente.

Da favola ad archetipo

Tutto iniziò dall’amara percezione del non senso. Il Budda si lasciò interpellare da incontri tutto sommato comuni. La vista di un volto solcato dalle rughe, l’incrocio con un corpo segnato dalla malattia, il percorso sotto i suoi occhi di un carro funebre, suscitarono in lui lo sconcerto. Produssero come un taglio sulla tela. Si rese conto di aver vissuto nell’illusione. E all’improvviso si sentì estraneo alla vita che aveva condotto fino a quel momento. E quella vita diventò improvvisamente estranea per lui. Iniziò a prendere coscienza del lato oscuro della realtà. E non poté mettere a tacere l’inquietudine che provava rispetto all’inadeguatezza dei mezzi necessari a decifrarla. Non ricorse ad alcun silenziatore della coscienza, nessun comodo rimedio lo riconsegnò alla vita bella e protetta del suo palazzo. Avrebbe potuto solo disprezzare frasi come così è la vita, non possiamo farci niente, per tutti è così, pensa alla tua famiglia. Ad un certo punto della sua esistenza ha sfidato le aspettative del suo ambiente, la rispettabilità sociale del suo ruolo, le tutele che il padre tesseva intorno a lui fin dalla sua nascita. Neppure una moglie e un figlio hanno tenuto a freno la trepidazione, che ormai si era impossessata di lui. I primi passi della sua evoluzione prendono le mosse dall’uscita di Siddharta dal mondo dorato della sua dimora e della sua condizione sociale. Varcata quella soglia, superata la distanza, che fino ad allora lo aveva tenuto a riparo, si trova di fronte a una concretezza diversa. E lascia che questa gli si manifesti.

A pensarci bene l’umanità oggi si trova in una situazione abbastanza simile alla sua. E’ in una delle tante fasi, che la portano a perdere l’innocenza, che la inducono a dimostrare una diversa maturità, responsabilità. Neppure si può immaginare con precisione che situazione troveremo varcato il cancello del confinamento, che ancora custodisce il nostro immaginario nel mondo di prima.

Il giovane della famiglia degli Shankya avrebbe potuto limitarsi a una passeggiata e tornare indietro, magari inorridito, con il sollievo di chi gode dei propri privilegi, tanto più quando può apprezzare che non sono accessibili a tutti.

È dolce, quando nel vasto mare i venti sconvolgono le distese marine, da terra guardare il grande affanno di un altro; non perché sia una piacevole gioia il fatto che qualcuno sia travagliato, ma perché è gradevole vedere da quali mali tu stesso sia libero, così scriveva il grande poeta latino Tito Lucrezio Caro.

Si tratta di opzioni fondamentali diverse, entrambe realistiche. E’ una scelta importante, in cui entrano in gioco la coscienza e il senso della vita.

Siddharta non si è nemmeno accontentato dei buoni sentimenti, che avrebbero potuto indurlo a qualche forma di elemosina. Nessuna soluzione facile, spicciola e di facciata avrebbe potuto quietarlo. Assume, invece, un atteggiamento opposto a quello espresso dai versi del poeta. Se Lucrezio non teme di mostrare il volto cinico di chi si sente al sicuro nella sua distanza dal travaglio e dal dolore, il Budda storico non si concede nemmeno a questa pietosa illusione. Guarda dritto in faccia al lato ignoto dell’esistenza e con lo scopo preciso di metterlo veramente a nudo.

Un percorso a ostacoli

Quegli incontri emblematici, di cui la tradizione narra, non hanno fatto altro che accendere una miccia, sufficiente a non farlo riconoscere più nel suo mondo. Immediatamente intuisce che quei risvolti inediti della realtà sono tutt’altro che esterni ed estranei a lui. Vi intravede una traccia, che sente di non poter ignorare, ma di dover percorrere fino in fondo.

Offre qualche spunto anche a noi, in questo tempo, che ha inaspettatamente perso il suo ritmo. Immagini di morte, malattia e fragilità occupano ormai da mesi il nostro immaginario. Durante il periodo peggiore dell’emergenza sanitaria, davanti ai nostri occhi file interminabili di carri militari a ripetizione continua recavano al crematorio defunti chiusi senza essere toccati né salutati dai propri cari. Anche noi ci siamo incontrati con la stessa sconvolgente faccia della vita, che indusse il giovane principe a cambiare. Rimarranno fotogrammi fra gli altri destinati a popolare la memoria in maniera disordinata, per collocare gli eventi nella loro cronologia, o influenzeranno il nostro modo di stare al mondo?

Nella storia di Buddha Shakyamuni fu sempre un incontro a indirizzare la pista da percorrere. La sua vista non incrociò soltanto sofferenza e finitezza. Si sorprese a fissare il bagliore sereno promanato dal volto di un asceta. Fu così che nello spirito cercò lo sprone e lo spunto per raggiungere una consapevolezza più profonda della realtà che tutti chiamano vita. Era figlio della tradizione religiosa del Dharma perenne, ne recava impressi dei caratteri indelebili, ma contemporaneamente partiva come da zero, proprio come i suoi occhi, d’un tratto erano come nuovi, anche il suo modo di relazionarsi all’infinito e al finito necessitava di linfa nuova. Come tutte le soluzioni radicali, non fu né veloce, né indolore. Istruito in una religiosità, si muoveva liberamente per trovare risposta alla sete di vita rimasta insoddisfatta.

Questo esempio è particolarmente vicino alla spiritualità postmoderna, così inquieta, desiderosa di libertà, autonomia, al punto talvolta di discostarsi dalle religioni per manifestare la propria fisionomia cangiante e originale.

Siddharta e Giobbe

Nella Bibbia c’è un personaggio che esprime il suo sconcerto, quando è colpito duramente. E non teme di riflettere sulla sua sofferenza, di interpellare Dio. Si tratta di Giobbe. La sua prima reazione urla il rifiuto, rimpiange di non poter cancellare quella vita che lo ha portato all’incontro con il dolore: Finalmente Giobbe cominciò a parlare e maledisse il giorno in cui nacque … i miei giorni … trascorrono vuoti, passo le notti insonni per la sofferenza … I miei giorni scorrono veloci come la spola e svaniscono senza speranza. Ricordati, Signore: la mia vita passa come il vento. … Io però non mi tapperò la bocca! Ho lo spirito angosciato e parlerò; la mia anima è afflitta e mi lamenterò (Gb 3, 1-2; 7,3. 6-7.11). Giobbe non osserva la sofferenza, la patisce in prima persona. Anch’egli condivide lo smarrimento del non senso, la percezione di uno scarto fra quanto aveva sperimentato fino a quel momento e il dopo. Non s’illude di poter tornare indietro. Sa bene che non tornerà più a essere quello di prima (Gb 7, 7). Sentiamo ripetere spesso questa constatazione anche in questi giorni, il mondo non tornerà ad essere come prima, non saremo più quelli di prima.

Siddharta e Giobbe analizzano il dolore concretamente, intendono trovarne un senso, venirne a capo. Giobbe rimugina sulla sua condotta e scopre la totale insufficienza delle chiavi di lettura che la mentalità corrente riservava ai sofferenti. Riesamina se stesso, rivendica la propria onestà, rigetta la mentalità antica, che individua nel male subito la conseguenza di un male commesso. Si rivolge a Dio. Le sue parole disperate nella sostanza si affidano a lui, unico cui continua a riferirsi, dopo aver conosciuto l’abbandono e il tradimento morale degli amici. Da Dio pretende una spiegazione. Nella sua mente le parole consegnategli dagli insegnamenti del passato si traducono in sapienza, ma non bastano a placare la sua inquietudine. E questo fino a quando Dio stesso gli parla. Allora Giobbe raggiunge il suo personale risveglio. All’incontro con la Parola di Dio Giobbe conquista la consapevolezza della propria finitezza, del limite delle sue parole, accoglie Dio nella sua manifestazione. In realtà il discorso ampio, che spazia dalla creazione alla sapienza, non fornisce una risposta. Avviene un incontro fra Dio e Giobbe, che si rasserena: Dio lo ha ascoltato e gli ha parlato. E, al termine del libro, le considerazioni di Giobbe non si concentrano più su colpe, limiti e spiegazioni. Sono significativamente a misura della sua nuova religiosità. Giobbe non fonda un nuovo movimento religioso, ma testimonia la novità che è avvenuta in lui e che lo ha generato a una nuova vita, un nuovo modo di vedere Dio e, dunque, se stesso e la sua condizione: … allora ti conoscevo solo per sentito dire, ora invece ti ho visto con i miei occhi (Gb 42, 5).

Il Mahabharata, uno dei testi più popolari e amati della tradizione religiosa indiana, cui i devoti si appoggiano e rivolgono per ricavare energie capaci di liberare dal dolore, racconta bene questa necessità presente nell’uomo e impossibile da tacitare: Può rinunciare la terra al suo profumo, l’acqua al suo gusto, la luce alle forme che disegna, … il sole può rinunciare al suo splendore, il fuoco al suo calore, … ma io non potrei mai decidermi a rinunciare alla verità! (Mahabharata 1, 103, 16-18).

Siddharta, Giobbe, il saggio che trasmette la sapienza attraverso l’epopea indiana, e molti altri, danno voce a un’esperienza che non appartiene soltanto a pochi ispirati, ma a tutti. Anche noi oggi possiamo trovarci particolarmente interpellati dalla situazione che attraversiamo, contrassegnata da incertezza, precarietà. Può darsi che come Siddharta e come Giobbe riscopriamo inadeguate le lenti attraverso cui eravamo abituati a focalizzare la realtà dentro e fuori di noi. E’ facile anche che non troviamo le parole per raccontare tutto ciò che abbiamo vissuto in un tempo ancora abbastanza breve. Guardando a loro, troviamo l’esempio di qualcuno che non si è accontentato di rimanere in superficie, bensì si è tuffato nelle profondità del dolore fino a guardarlo in faccia. Ed entrambi si sono rivolti allo spirito, alla ricerca di risorse vitali ed efficaci per interpretare e affrontare il dolore. Non è stato facile per nessuno dei due. Hanno conosciuto l’estraneità nella cerchia dei propri affetti, e si sono resi conto che il loro parlare del divino e dell’umano fino a quel momento era stato balbuziente. Per entrambi l’esperienza più ardua è stata liberante, perché li ha traghettati verso un nuovo modo di porsi con se stessi e con Dio. E la loro vicenda è diventata esemplare per tutti i cercatori di Dio e della verità. Si tratta di un cammino che non conosce doppioni, ognuno lo percorre per sé, ma ognuno può ricevere un insegnamento dagli altri, a cominciare dalla prova della resistenza.

Quando Siddharta cede alla forza prepotente che lo spinge ad abbandonare gli agi dietro di sé, prima cerca di approfondire l’insegnamento religioso in cui era cresciuto, poi si dedica allo yoga. Non trova, però, le risposte che cerca. Allora inizia a praticare una disciplina radicale, fatta di rinunce. La fermezza del suo proposito attira l’ammirazione di qualche discepolo, che comincia a seguirlo. Anche in questo caso, il risultato è deludente, infatti i suoi sforzi rigorosi lo portano molto vicino alla morte a causa degli stenti. Sopravvissuto grazie alla sua costituzione vigorosa, decide di cambiare completamente metodo. Riprende a nutrirsi, accetta persino del cibo dalle mani di una donna, perdendo così la fiducia dei suoi cinque discepoli che lo abbandonano. Da solo riparte da capo un’altra volta. Si raccoglie in meditazione sotto l’albero della bodhi, cioè del risveglio. Supera numerose tentazioni. Alla fine intuisce che la vita è dolore, che questo ha una causa, che un rimedio è possibile e che si può intraprendere la strada di liberazione dal dolore. E capisce anche che è suo dovere morale rinunciare all’eremitaggio egoistico di chi è pago per la verità che ha raggiunto per sé. E così ha inizio la fase della predicazione, chiamata messa in moto della ruota del Dharma.

L’inizio della liberazione

Il Budda storico non fece mai nulla per attirare su di sé le attenzioni di chi lo ascoltava o intendeva seguire il suo insegnamento. Anzi ha raccomandato che ognuno affrontasse il suo percorso. Dalla sua vicenda si possono ricavare delle risorse, su cui fare leva per proseguire, un po’ come delle indicazioni stradali. Mette in atto delle strategie di affrancamento.

La prima nobile verità, fondamento del suo primo e principale discorso, può aiutarci a riflettere su alcuni aspetti anche della nostra situazione storica attuale. Il suo nucleo è così enunciato: La nascita è sofferenza, la vecchiaia è sofferenza, la morte è sofferenza. Separarsi da ciò che si ama è sofferenza, non ottenere ciò che si desidera è sofferenza (Samyutta Nikaya LVI, 11). La prima verità predica la totale assunzione della sofferenza come dimensione costitutiva della vita. Non si replica alcun tentativo di ignorarla, sublimarla e neppure di esaltarla. Questa presa di coscienza si presenta come un dato oggettivo, che riguarda ogni vita senza alcuna distinzione, non celebra né sminuisce la persona che soffre, ma guarda all’insieme della sofferenza. Non s’illude e non vende illusioni. In assenza del presupposto della prima nobile verità, non sarebbe nemmeno possibile affrontare il sentiero che conduce alla liberazione. Quindi, la prima strategia posta in essere consiste nella presa di coscienza della sofferenza come modalità connaturata alla vita stessa, alla sua globalità.

La meditazione, che tutte le scuole buddiste praticano, aiuta a ricavare dalle situazioni quotidiane, ordinarie, delle intuizioni che squarciano il velo della superficialità. Consentono di guardare in profondità, fino a raggiungere una sincerità spietata rispetto non solo agli eventi, che non possiamo controllare, ma soprattutto alle aspettative di possesso. La prima nobile verità si avvicina molto a una condizione che stiamo sperimentando in queste settimane, la distanza. Stare lontano da chi si ama provoca dolore, stare vicino a chi non si ama provoca dolore.

Questo patrimonio spirituale nella sofferenza suggerisce di affinare il fiuto dello spirito, di percorrere i sentieri della fede, reinventandosi, non ignorando la sete di vita che chiede di essere appagata. Buddha Shakyamuni, Giobbe, tanti altri, hanno tentato e ritentato, hanno speso le loro energie per interpretare la bussola del senso. Il cambiamento, l’incertezza, la morte del mondo come lo conoscevamo, la distanza da situazioni e persone amate, possono presentarsi come occasioni di risveglio.

Ada Prisco

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