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ANCHE I VIRUS SONO PARTE DEL CREATO (CI PIACCIA O NO)

Siamo ormai alla cosiddetta fase 2 della pandemia da COVID19, un’esperienza sicuramente difficile e per molti purtroppo tragica. Fase 2 significa che lentamente (ma non troppo) e un po’ per volta ricominciamo a svolgere le nostre ordinarie attività, avviandoci a ritornare alla piena normalità. La domanda fondamentale però adesso è: che cosa abbiamo imparato da questa esperienza? Cosa ci hanno insegnato la pandemia e i morti conseguenti? Quale sarà la nostra prossima normalità, sarà tutto come prima o cambieremo? E se cambieremo, cosa, come e quanto?

Rispondere a tali domande non è certo facile, né noi pensiamo di avere le soluzioni in tasca. Ma alcune cose possiamo e dobbiamo dirle.

Siamo ormai alla cosiddetta fase 2 della pandemia da COVID19, un’esperienza sicuramente difficile e per molti purtroppo tragica. Fase 2 significa che lentamente (ma non troppo) e un po’ per volta ricominciamo a svolgere le nostre ordinarie attività, avviandoci a ritornare alla piena normalità. La domanda fondamentale però adesso è: che cosa abbiamo imparato da questa esperienza? Cosa ci hanno insegnato la pandemia e i morti conseguenti? Quale sarà la nostra prossima normalità, sarà tutto come prima o cambieremo? E se cambieremo, cosa, come e quanto?

Rispondere a tali domande non è certo facile, né noi pensiamo di avere le soluzioni in tasca. Ma alcune cose possiamo e dobbiamo dirle.

Sin dall’inizio dell’epidemia prestigiosi scienziati in tutto il mondo hanno sostenuto che il virus SARS-CoV-2 o COVID19 ha avuto origine intorno all’ormai famigerato mercato del pesce di Wuhan, in Cina, nella provincia di Hubei. Uno degli ugualmente famigerati wet market, in cui gli animali, domestici come cani e gatti, o selvatici come pipistrelli, primati e altri, vengono tenuti vivi in condizioni igieniche e di spazio da lager nazista, per essere uccisi davanti al cliente che desidera consumare carne fresca. Non ci sono ormai dubbi che questo virus, sconosciuto agli scienziati fino ad oggi, abbia origine naturale e non sia sfuggito da qualche laboratorio. Viene da specie selvatiche diverse, riunite ed ammassate artificialmente in un mercato affollato anche di umani.

Il virus è passato a noi attraverso lo spillover. Lo spillover rappresenta fondamentalmente il salto del virus patogeno dall’animale all’uomo. Molti animali infatti sono portatori sani di patogeni estremamente pericolosi, di cui abbiamo già sperimentato gli effetti. Dall’ebola alla MERS, l’uomo ha avuto ed ha costantemente a che fare con le pandemie che colpiscono la nostra specie ciclicamente. Perciò quello che viviamo oggi è una situazione figlia della globalizzazione e di un sistema che sta mettendo sotto forte stress gli ecosistemi. Lo spillover è un salto brusco per cui i virus si modificano per adattarsi all’uomo e modificandosi possono divenire aggressivi.

Un tale passaggio è possibile perché anche noi siamo animali. Dobbiamo convincercene, ci piaccia o meno.

Come questo si concili con il racconto della creazione contenuto nella Bibbia può essere spiegato in vari modi. Questa è la mia personale interpretazione: Dio ha creato la prima scintilla della vita e le regole per la sua evoluzione. Il racconto della Bibbia viene dalla fantasia di uomini che non erano in grado di dare spiegazioni scientifiche e perciò immaginavano che Dio avesse creato i viventi e la Terra così come la vedevano. Ma cosa cambia se il Dio Creatore ha operato in un modo o in un altro? Secondo me assolutamente nulla, dal momento che il nostro «potere» non è affatto un potere su qualcosa che non ci appartiene, ma una somma di responsabilità e doveri.

Dobbiamo quindi capire che non siamo al di sopra, ma siamo parte dell’insieme e purtroppo siamo il problema. E come in un meccanismo in cui il pezzo che fa danno viene sostituito, anche noi veniamo colpiti. I virus in genere non uccidono l’ospite, ma se divengono molto aggressivi il risultato può anche essere la morte. Perciò, se non operiamo radicali cambiamenti nel nostro rapporto con il resto del creato, quello che è già accaduto in passato e sta accadendo adesso, accadrà di nuovo. Alla base dei problemi stanno: cambiamento climatico, che comporta siccità, calore eccessivo, o in alternativa uragani devastanti; deforestazione, con perdita di biodiversità e modificazione del clima, conseguente alle nostre esigenze alimentari, in particolare il consumo di carne, dal momento che si tagliano alberi per fare spazio ad allevamenti e coltivazioni di mangimi. Ma la frammentazione delle foreste per scopi agricoli o edilizi ha anche avuto un impatto violento sull’ecosistema, liberando virus che prima convivevano con gli animali in un ambiente separato dall’uomo; consumo insostenibile delle risorse e sovrapopolazione, a cui conseguono disuguaglianza e problemi culturali.

Dobbiamo trovare soluzioni innovative, che riducano in modo consistente il nostro impatto sull’ambiente, che ci permettano di prevenire i problemi, che ci guidino in sostanza a consumi sostenibili. Dobbiamo reinventarci come mangiamo e come ci spostiamo.

Un intervento serio su tali problemi richiede prima di tutto un cambiamento radicale dei parametri socio economici, senza il quale non raggiungeremo nessun cambiamento significativo. Già da prima della crisi pandemica del 2008-2009, all’interno dell’Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), si era sviluppato un dibattito fra i governi, al fine di adottare la logica di andare «oltre il Pil» nella misurazione dello stato di una società. La crisi pandemica 2008 mise fine a questa discussione. E fu persa l’occasione per cambiare paradigma poiché la priorità assoluta per i governi era creare posti di lavoro, non importa quali (come si evince dall’intervista di HuffPost Italia all’economista Enrico Giovannini del 25 marzo 2020).

Il rischio è che oggi si commetta lo stesso errore, ma dieci anni più tardi e con conseguenze ancora più gravi. Si rischia infatti di far ripartire attività economiche a qualunque costo, perdendo di vista la necessità di pensare al futuro e riorientare il sistema economico nella direzione di una maggiore sostenibilità ambientale e una maggiore equità sociale. Purtroppo, sia i governi dell’UE che gli USA non sembrano percepire la gravità del problema e l’UE non riesce neppure a condividere i rischi economici di questa crisi. Un tale atteggiamento non è dovuto solo alla miopia dei politici, ma anche alle pressioni del capitalismo che vive alla giornata, guarda al massimo profitto immediato, si preoccupa solo di fare felici i propri azionisti e scarica sulla collettività i rischi ambientali delle attività economiche che dovrebbe invece internalizzare, al solo fine di contenere i costi, vincere la concorrenza e alzare i profitti.

Quello che ci dicono e ci ripetono gli scienziati, ed alcuni economisti non troppo legati a multinazionali, Banca mondiale e FMI, è molto chiaro e abbiamo il dovere almeno di prenderlo in considerazione.
Il punto però secondo me è più radicale: si tratta di scegliere fra «massimizzazione del profitto» secondo i principi del neocapitalismo imperante (e perciò business as usual), e l’abbandono della forma capitalistica dell’economia per riorientarla verso forme di ridistribuzione della ricchezza, solidarietà sociale, condivisione delle risorse a livello internazionale, rispetto della vita e del benessere degli altri animali.

Ma perché il capitalismo dovrebbe essere il nemico? Chiedono alcuni.

In fondo la risposta è semplice. I cambiamenti necessari a salvarci e salvare il Pianeta richiedono alle imprese internalizzazione dei rischi ambientali, investimenti per la riconversione industriale, per la messa in sicurezza ambientale di impianti, cambiamenti generalizzati di abitudini che porteranno ad una vera rivoluzione dell’industria alimentare e dell’allevamento, alcuni tipi di attività spariranno per farne sorgere altre.

Il capitalismo non è così innovativo né così pronto al cambiamento. Al contrario. Il suo principio fondamentale, la massimizzazione del profitto, unito all’avidità tipica dell’essere umano, in passato hanno portato a guerre (tra cui le due guerre mondiali con milioni di morti), secoli di schiavitù, genocidi, sfruttamento. Si può davvero pensare che il capitalismo voglia o possa essere protagonista del necessario cambiamento? Negherebbe se stesso e facendo ciò sparirebbe.

Solo un’equa distribuzione della ricchezza, e un’impresa più attenta al benessere comune che al massimo profitto possono garantire l’eliminazione dei problemi che portano il Pianeta verso l’autodistruzione.
Queste parole non dovrebbero suonare ostiche e strane alle orecchie di noi cristiani, perché derivano direttamente dalla lettura delle Scritture. Basta vedere come negli Atti degli apostoli vengono descritte le prime comunità cristiane: «La moltitudine di quelli che avevano creduto era d’un sol cuore e di un’anima sola; non vi era chi dicesse sua alcuna delle cose che possedeva ma tutto era in comune tra di loro» (Atti 4, 32).

Anche sul creato le Scritture sono molto chiare, e ci dicono che esso condivide la nostra sorte: «Poiché la creazione aspetta con impazienza la manifestazione dei figli di Dio; perché la creazione è stata sottoposta alla vanità, non di sua propria volontà, ma a motivo di colui che ve l’ha sottoposta, nella speranza che anche la creazione stessa sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella gloriosa libertà dei figli di Dio. Sappiamo infatti che fino a ora tutta la creazione geme ed è in travaglio» (Rom. 8,19-22).

Finalmente da alcuni decenni alcune chiese cristiane hanno cominciato a dare la giusta interpretazione a quelle parti della scrittura che sembravano renderci arbitri assoluti del creato, riportandoci al nostro corretto ruolo di amministratori di un bene di Dio, responsabili di fronte a Lui del nostro operato. Inoltre non mancano di sottolineare che il permesso di nutrirci di animali, arrivato solo dopo il diluvio e la nuova alleanza, è il risultato della presa d’atto, da parte di Dio, della nostra limitatezza è incapacità, il che non significa che possiamo adagiarci su questo e non sforzarci di cambiare. Infatti, un altro aspetto, sottolineato dagli animalisti credenti, che stenta ancora a farsi largo fra i cristiani, a dispetto dello sforzo anche di alcuni teologi, è che, se il creato condivide la nostra sorte, se gli animali sono così simili a noi al punto che anche noi siamo animali, il rispetto per il creato deve arrivare al punto di applicare il comandamento «non uccidere» anche ai nostri fratelli minori, gli altri animali.

Se il comandamento non uccidere non ha appendici, se è vero che non ci sono né se né ma, e la Scrittura coinvolge gli animali insieme a tutto il creato nel nostro stesso destino, non possiamo che trarne le logiche conseguenze.

Non dimentichiamoci che il Signore non ha fatto il creato privo di difese: i virus che ci colpiscono e ci uccidono passano dagli animali che torturiamo e mangiamo fino a noi. Ciò ovviamente non vuol dire che Dio vuole punirci con le pandemie o altre amenità simili. Vuol dire solo che se viviamo in armonia con il creato e lo rispettiamo potremo goderne come anche Dio desidera, ma se lo trattiamo come abbiamo fatto finora, le conseguenze saranno terribili ed inevitabili.

Marta Torcini

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