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LA SPAGNA «AFRICANA»: DA CEUTA ALLA GUINEA EQUATORIALE

Un breve viaggio politico e culturale nei territori geograficamente africani che sono appartenuti o appartengono alla Spagna

La città più a sud della Spagna continentale, Tarifa, non segna il termine dell’estensione del paese iberico. Tranne le Isole Canarie, un arcipelago di sette isole e isolotti vari che spicca davanti alla costa marocchina, il resto dei territori spagnoli situati a nord del Marocco risulta quasi del tutto sconosciuto ai più. Se le Canarie sono celebri per il turismo di massa e le spiagge caratterizzate da sabbia lavica, le exclave nonché città autonome di Ceuta e Melilla sono tristemente famose per i continui assalti alle barriere di separazione sormontate da filo spinato da parte di migranti subsahariani. Chi non se la sente di tentare di scavalcare uno sbarramento alto sei metri, rischiando la morte, prova ad entrare in territorio spagnolo gettandosi dalla più limitrofa spiaggia marocchina, nuotando preferibilmente di notte e, talvolta, affogando. Oltre a Ceuta e Melilla, la Spagna consta anche delle cosiddette Plazas de soberanía, una serie di isolotti ed exclave amministrati da Madrid che non appartengono amministrativamente né ad alcuna regione spagnola né a Ceuta o Melilla. Nello specifico si tratta dell’Isola di Perejil, l’unica situata ad ovest di Ceuta, del Peñón de Vélez de la Gomera, la sola Plaza contraddistinta da un confine terrestre col Marocco, delle Isole Alhucemas e delle Isole Chafarinas, le uniche ad est di Melilla. Il Marocco rivendica la totalità di questi territori, comprese Ceuta e Melilla, e l’Unione Africana considera le Isole Canarie come un territorio africano occupato da una potenza straniera.

Sebbene si tratti sostanzialmente di scogli situati a poche decine di metri dalle spiagge marocchine, nel 2002 si sfiorò un conflitto armato fra Spagna e Marocco proprio per la contesa dell’Isola di Perejil. Il mese di luglio del 2002 si fece molto infuocato all’altezza dello Stretto di Gibilterra, quando giovedì 11 l’isolotto fu occupato da tredici gendarmi marocchini che installarono un avamposto. Sebbene il contingente di uomini fosse già stato previamente ridotto a sei unità, il governo spagnolo di Aznar non poté accettare l’affronto, richiamò il proprio ambasciatore di stanza a Rabat e il giorno 17 dello stesso mese riconquistò Perejil con l’uso delle forze speciali e di mezzi quali elicotteri, sottomarini e navi che circondarono l’isola(1). Quella che fu giudicata dalla diplomazia marocchina come un dispiegamento eccessivo di forze, fu invece una sagace azione del governo spagnolo per mostrare fin da subito che non avrebbe mai ceduto né Perejil né qualsiasi altro territorio di propria appartenenza. Anche grazie alla fruttuosa mediazione approntata dalla diplomazia statunitense e, in particolare, dall’ambasciatrice presso Rabat, Margaret Tutwiler, e dal segretario di Stato, Colin Powell, le due parti giunsero ad un accordo di pace il 21 luglio che riportò la situazione alla calma, col ritiro delle truppe spagnole e della bandiera. Per quanto riguarda il parere dell’opinione pubblica, la maggioranza della popolazione sembrò appoggiare l’iniziativa di Aznar: una votazione online promossa dal progressista El País concordò un assenso del 78% alle azioni promosse dal governo; la percentuale si elevò al 91% in un voto analogo organizzato dalla redazione del quotidiano conservatore El Mundo(2). L’onda lunga di quanto avvenuto nel 2002 non si placò negli anni seguenti e nel 2010 un supposto errore dei tecnici di Google infuocò di nuovo gli animi: sulla piattaforma Google Maps la sovranità delle Isole Chafarinas, del Peñón de Vélez de la Gomera, del Peñón de Alhucemas e dell’Isola di Perejil erano state attribuite al Marocco e non alla Spagna. Il governo di Zapatero si mosse prontamente per avvertire chi di dovere e far correggere il presunto errore.

Se la sovranità di Madrid in Africa si ferma all’isola di El Hierro, quella situata più a sud fra le isole canarine, l’influenza culturale e linguistica si spinge ben oltre, ad iniziare dall’attuale territorio una volta noto come Marocco spagnolo, il cui nome ufficiale era Protettorato spagnolo del Marocco, consegnato alla nazione nordafricana nel 1956, tranne Ceuta e Melilla perché spagnole ben prima dell’inizio della dominazione di Madrid sul nord dell’attuale Marocco nel 1912. La dominazione della Spagna sul Sahara Occidentale è invece terminata vent’anni dopo, lasciando il territorio in una perenne contesa fra il governo centrale di Rabat e il Fronte Polisario, fondato nel 1973 e che ha dichiarato l’indipendenza del Sahara Occidentale nello stesso 1976, col nome di Repubblica Democratica Araba dei Sahrawi. Ancora oggi, col Fronte Polisario che controlla circa il 20% del Sahara Occidentale, a fare da “cuscinetto” fra il Marocco e la Repubblica Democratica Araba dei Sahrawi ci sono l’ONU, che opera in loco con una propria missione, MINURSO, ma che non riconosce l’indipendenza della Repubblica, come d’altronde la Lega Araba, e l’Unione Africana la quale, al contrario, ha accolto la suddetta nazione fra i propri membri e ne riconosce l’indipendenza. A ricoprire il ruolo di spettatori d’eccezione ci sono l’Algeria, che certamente non ha un rapporto ottimale col Marocco, causa un confine sigillato e una rivendicazione territoriale da parte di entrambi i paesi, e la Mauritania. Sia l’Algeria sia la Mauritania mantengono contatti diplomatici col Fronte Polisario, a differenza della Spagna e di tutti le altre nazioni aderenti all’Unione Europea.

Decenni di dominazione spagnola hanno lasciato il segno nel Sahara Occidentale, a cominciare proprio dal linguaggio: nonostante la lingua ufficiale sia l’arabo e molto presente sia anche il dialetto Hassaniyya, lo spagnolo(3) è parlato dalla quasi totalità della popolazione e inteso sia nel 20% del territorio controllato dal Fronte Polisario sia nella restante parte presidiata dalle forze marocchine. Tecnicamente, l’unico paese ispanofono africano è la Guinea Equatoriale, colonia di Madrid fino al 1968 che annovera anche il francese e il portoghese fra i propri idiomi ufficiali. Dato che la Guinea Equatoriale confina con paesi francofoni come il Camerun e il Gabon, il governo di Malabo ha intelligentemente pensato di inglobare anche il francese nel novero delle lingue ufficiali. La volontà di essere parte integrante della Comunità dei Paesi di lingua portoghese e la vicinanza con São Tomé e Príncipe hanno spinto l’esecutivo presieduto dal 1979 da Teodoro Obiang Nguema ad adottare anche il portoghese fra gli idiomi della Guinea Equatoriale. Il portoghese, dal canto suo, ha avuto una maggiore diffusione nel continente africano rispetto allo spagnolo, a causa del numero di colonie controllate da Lisbona molto maggiore rispetto a quelle possedute da Madrid, la quale si è limitata alla Guinea Equatoriale. Non a caso, il portoghese è lingua ufficiale anche a Capo Verde, a São Tomé e Príncipe, in Guinea-Bissau, in Angola e nel Mozambico: abbastanza da poter decretare l’idioma di Lisbona, fra le lingue di estrazione europea, come il terzo più parlato in Africa dopo francese e inglese.

Gabriele Sbrana

(1) https://www.repubblica.it/online/esteri/spagnamarocco/isola/isola.html
(2) https://elpais.com/diario/2002/07/21/opinion/1027202404_850215.html
(3) Sebbene sia d’uso comune riferirsi alla lingua parlata in Spagna chiamandola “spagnolo”, sarebbe più corretto definirla “castigliano”, poiché nata nel Regno di Castiglia e impostasi, col passare del tempo, sugli altri idiomi che, ancora oggi, caratterizzano il quadro linguistico della Spagna. In qualsiasi caso, in questo articolo si è optato per la dicitura “spagnolo”.

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