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FIGHT OR FLIGHT. FEDE E PAURA

Affrontare l’agone (fight) o abbandonare il campo (flight) sono le due modalità fondamentali scatenate dalla paura. Gli storici ricordano che a tutti i periodi di epidemia sono seguite stagioni di rinascita, sulla scorta di rinnovate forze morali e spirituali. Nuove e antiche forme di aiuto reciproco sono necessarie alla sopravvivenza. E l’impegno a garantirla nel mondo globale favorisce l’esperienza dell’interdipendenza. E’ pur vero che, assestato il primo colpo, si va progressivamente prendendo coscienza di quanto si stia procedendo a tentoni. La cosiddetta fase due, che dovrebbe inaugurare i nostri primi passi verso il ritorno alla normalità, si sta rivelando sempre di più un prolungamento della fase uno, con aggiunta di confusione e obbligo. Secondo le aspettative, avrebbe dovuto consegnarci a una maggiore mobilità. Di fatto sembra riuscire di più a farcene passare del tutto la voglia. L’incertezza, i continui e particolareggiati aggiornamenti sull’infezione, il contagio, le lesioni, il tasso di mortalità, le misure da adottare per sigillarsi in uno scafandro di tutela, facilmente avvolgono in una coltre di panico. Distanze irrisorie sono percepite improvvisamente come rischiose. E a nutrire tanto timore non sono sempre gli anziani, tanto additati come soggetti più esposti. Non sono nemmeno gli immunodepressi. Questo germe roditore dell’animo può colpire chiunque. In astratto non si può valutare se sia più un salutare avvertimento o un blocco eccessivo, perché dipende dalle singole persone e circostanze. Non mostra soltanto aspetti psicologici e sociali, ma anche spirituali. I testi delle religioni conoscono bene questo sentimento e, in alcuni casi, lo collegano alla salvezza. La paura, dunque, è sempre un segnale importante. Racconta una parte, spesso nascosta della realtà.

La paura alle origini
Nella Genesi la paura s’incontra per la prima volta in un momento molto significativo. Quando Dio gli chiese: Dove sei? L’uomo rispose: Ho udito i tuoi passi nel giardino. Ho avuto paura perché sono nudo e mi sono nascosto (Gen 3,9-10). La voce nel Cantico dei Cantici è un richiamo, il risveglio dell’entusiasmo, perché proviene dall’amato ed è sostenuto dal desiderio del dono. Adamo, invece, scopre la paura dopo il peccato, e la manifesta nascondendosi. Arriva ad avere paura di Dio, anche se, fino a poco prima, era stato in confidenza con lui. La confidenza è durata fin quando non è subentrato il tradimento, che ha alterato la relazione, l’ha scissa, le ha inferto una ferita. Probabilmente Adamo teme la reazione di Dio. La sua apertura alla fiducia e alla fede è compromessa. La paura copre la fede. E fa diventare quest’uomo anche un po’ ridicolo nel suo tentativo di fuggire lontano da Dio, come se fosse possibile. Si legge nella Bibbia: Come andare lontano da te, come sfuggire al tuo sguardo? (Sal 139,7). Adamo vorrebbe fuggire anche da se stesso, che vede nella sua nudità per la prima volta, ma anche dalla donna, che inizia ad accusare come la causa che lo ha indotto a commettere l’errore. Con la terminologia sociologica contemporanea si potrebbe affermare che questo comportamento primordiale sia stato irrazionale e anche antieconomico. Sarebbe convenuto molto di più avere fiducia, ricorrere a Dio. La paura, invece, fa parte di una storia tortuosa, in cui il clima è dominato dall’incertezza. Un altro personaggio biblico, che suscita persino tenerezza nel suo tentativo di fuggire lontano da Dio per paura, è il profeta Giona. E il libro cui dà titolo è particolare almeno quanto lui, visto che contiene la narrazione della sua stessa vicenda, quasi fosse il diario, l’autobiografia vista da un frammento importante della sua vita. Dio gli ordina di andare a Ninive, ma lui non vuole, così s’imbarca nella direzione opposta. Riesce persino a dormire profondamente, mentre la nave su cui viaggia è sbattuta dai cavalloni del mare in tempesta. Si rifugia nel sonno, pur di eludere la realtà. Sono i marinai della nave a spaventarsi di lui e per la sua azione contro Dio e lo gettano in mare. Qui è inghiottito da un pesce enorme, che, per volere di Dio, lo ripara per tre giorni nel suo ventre. Questo tempo simbolico diventa un’opportunità di cambiamento, anche se un senso di contrarietà accompagnerà Giona fino alla fine. Riuscirà anche ad apparire invidioso della conversione degli abitanti di Ninive, che prima aveva tanto temuto. Il timore appesantisce l’animo di altri personaggi incaricati da Dio di recare un annuncio. Geremia teme per la sua giovane età (Ger 1,6). Isaia teme, quando percepisce la presenza di Dio e si riconosce un peccatore indegno (Is 6,5). Mosè si sente inadeguato, tra l’altro, per la sua balbuzie (Es 4,10). Giuseppe, sposo di Maria, è incoraggiato dall’angelo in sogno a non avere paura (Mt 1,20). Nessuno di questi personaggi è sfuggito a ciò che temeva.

Anche la letteratura può insegnare qualcosa intorno alla paura. Stefano Roi prende vita dalla penna di Dino Buzzati. E vive quasi tutta la sua esistenza preda della paura. Il suo sogno era fare il marinaio come suo padre. Come regalo di compleanno, al compimento dei dodici anni, il genitore lo porta con sé sul suo bastimento. Questa cornice fa pensare a un’iniziazione alla vita adulta, a un rito di passaggio. Sembra che tutto scorra serenamente verso la realizzazione di un sogno. Quand’ecco, si presenta l’imprevisto. Stefano avvista qualcosa di scuro che si mostra ad intermittenza lungo la scia che l’imbarcazione lascia in mare. Il papà subito capisce che si tratta di un colombre. Questo squalo misterioso si faceva vedere solo da chi sceglieva come vittima e dai suoi familiari e che perseguitava fino a sbranare. Il papà dispose immediatamente che la vita del giovane avvenisse il più lontano possibile dal suo amato mare. Il pensiero di quel mostro, sempre lì, ad aspettarlo, ossessionò Stefano, lo perseguitò e condizionò tutta la vita. Alla morte del padre, che aveva cercato in tutti i modi di proteggerlo e di tenerlo lontano dal pericolo, non ne poté più: tornò nella sua città natale e prese il posto di suo padre. Navigando, vedeva il colombre e gli sfuggiva. Non c’era zona di mare a questo mondo, dove il colombre non lo avesse seguito. Quando Stefano era ormai vecchio e stanco, decise di condividere la sua storia con i marinai del suo equipaggio. Era stanco di scappare e di vivere nella paura. Decise di andare incontro allo squalo su di una misera imbarcazione e di farla finita. Andò incontro al mostro armato di un arpione: uno dei due doveva soccombere. Il colombre gli andò incontro. Gli parlò. Dal re del mare quell’animale aveva ricevuto l’incarico di consegnare a Stefano una perla grande e preziosa, capace di concedere ogni benedizione a chi la possedeva. Gliela consegnò e sparì per sempre nelle acque del mare. Ormai era tardi. La paura l’aveva fatta da padrone con le sue convinzioni e l’ingigantimento delle situazioni che la caratterizza. Un minimo di riscatto Stefano lo aveva trovato alla fine, quando probabilmente sentiva di non avere più nulla da perdere. Non aveva, però, niente neppure da guadagnare.

La repulsione-attrazione che contrassegnava il suo rapporto con il colombre e che è abbastanza tipica di molte paure conferma una teoria in voga presso gli sciamani. Essi sostengono che ognuno si orienta verso i demoni responsabili della propria malattia. E’ come se la paura avesse origine da una causa esterna, che si vorrebbe da un lato respingere, dall’altro se ne è attratti.

Paura e liberazione
E la causa esterna della paura è un tema molto ben approfondito dalla spiritualità indiana. Ove la raccolta delle Upanishad tratta del principio, affronta il tema uomo e degli elementi che lo portano a germogliare in quanto essere. Non una linea del tempo ci introduce a questi argomenti, ma la presa di coscienza dell’uomo primordiale rispetto a se stesso e alla sua solitudine: In principio questo era il Sé solo, in forma di Uomo. Guardandosi intorno egli non vide null’altro che se stesso. Egli disse in primo luogo: Io sono e da questo sorse il nome “Io”. … Egli ebbe paura; così ancora oggi, colui che è solo ha paura. Egli considerò tra sé: “Dato che nulla esiste fuori di me, di che cosa ho paura?”. Allora la sua paura svanì, infatti di che cosa avrebbe dovuto avere paura? La paura sorge rispetto a un altro. Egli non trovava la felicità; così, ancora oggi, chi è solo non trova felicità. Egli desiderava ardentemente un altro. Egli divenne grande come un uomo e una donna stretti in un forte abbraccio (Bradaranyaka-upanisad 1,4;1-3). L’esperienza primordiale dell’essere è la scoperta del sé che comporta la conoscenza della paura e della solitudine. Queste mancanze possono essere superate successivamente, attraverso un approfondimento della loro stessa presa di coscienza. Sono funzionali perché il negativo dell’oscurità, della mancanza, sia superato, giungendo a una nuova scoperta. Conoscere sé passa attraverso il guardare in faccia alla propria angoscia e al proprio vuoto. Nel disegnare una spirale, che ritorna su se stessa, come quella della chiocciola, si espande e si rigenera, generando. Focalizzando nel particolare la paura, l’uomo primordiale ne cerca una causa esterna, una provenienza. Mentre di fatto la prova nello stato di assoluta solitudine, si guarda attorno, per cercarne altrove la causa. Solo dopo che si è reso conto che al di là di sé, c’è il nulla, se ne libera, poiché chiarisce a se stesso che la paura è infondata, non ha motivo, dunque non esiste. Sono gli stessi passaggi che ogni essere umano compie, quando incontra la paura e vuole liberarsene. In assenza di questa presa di coscienza, l’essere rimane prigioniero. Per questo si può affermare che la paura rientra nel discorso indiano sulla salvezza. L’assenza della paura si configura come una sua caratteristica. La fonte delle Upanishad trasmette anche altri insegnamenti importanti circa la paura. Guardando ad essa come a qualcosa proveniente dall’esterno, la oggettivizza, le riconosce un corpo, non la considera soltanto come un sentimento che risiede all’interno dell’animo umano. Questo corpo è percepibile dall’esterno verso l’interno come un nemico che assedia e che occupa il proprio territorio. Può diventarne il padrone. Le esperienze tremende dello stato di veglia si riversano nel sogno, a causa dell’ignoranza. Così l’essere umano vive e rivive il timore di essere ucciso, sopraffatto, rincorso, di cadere (cf. Bradaranyaka-upanisad 4,3,20). La paura non risparmia neppure le manifestazioni del divino, secondo la sapienza indiana: … gli Dei, atterriti dalla morte, entrarono nella triplice scienza dei Veda … ed entrarono nel solo suono Om. …Colui il quale, conoscendo questa sillaba così, la invoca, costui entra in questa stessa sillaba che è il suono immortale e senza paura. Essendo entrato in quello, al pari degli Dei immortali, egli diviene immortale (Chandogya Upanisad 1,4,2-3.5). Il processo a spirale porta anche il divino a rigenerarsi, generando. Fu così che si manifestò nella rivelazione dei Veda, i testi sacri, e nel suono immortale, che contiene tutti i suoni, che apre e chiude la preghiera, la giornata, la vita dei fedeli. Nel suono della preghiera si respira la stessa immortalità in cui il divino è entrato. Nella sezione detta Taittiriya Upanisad le formule liturgiche, il modo corretto di pronunciarle, il potere evocativo che le abita sono gli argomenti centrali. La paura torna a essere citata in relazione alla conoscenza che libera: Invero quando … ottiene una stabile fondatezza, allora diviene uno che è andato oltre la paura. Ma, fin quando egli proietta la benché minima differenza … allora per lui sussiste la paura (Taittiriya Upanisad 2,7,1). Al verificarsi di una distinzione interna, di una separazione, allora sorge la paura. La pratica ascetica soccorre nel compiere l’unità nel sé, attraverso la conoscenza, la fede, l’azione. Il superamento della paura è collegata al continuo impegno di compiere unità in sé, raggiungendo così l’unità in Brahman, il respiro assoluto e infinito. La presenza dell’alterità che il racconto delle origini localizza in esperienze esterne e concrete, può avverarsi anche all’interno del sé, si può essere o percepirsi divisi in se stessi, divisi da Brahman e alimentare inconsapevolmente la paura, cioè a causa di una conoscenza imperfetta. E’ interessante sottolineare che il superamento non è additato nell’esecuzione di una pratica, ma nella conquista di un approfondimento sempre maggiore della propria unione con Brahman. Man mano che si avanza nella consapevolezza della non-separazione dell’universo, la paura svanisce, perché si riconquista una migliore coscienza della interconnessione di tutto ciò che esiste. Si ritorna all’esperienza dell’uomo primordiale, che esclama che la paura non ha ragion d’essere, poiché non c’è nient’altro che sé, tutto è Brahman. Anche Io è Brahman. Fin quando, però, l’essere si percepisce separato e distante o magari s’illude di progredire, accentuando la distinzione, la separazione, è portato sempre di più ad avvertire l’alterità come ostilità e differenza.

Paura e compassione
La spiritualità corre in aiuto nell’intendere tutto ciò che esiste come un organismo unico, e nel tessere relazioni sempre nuove percorse dalla compassione. Così disegnata, non è affatto una virtù passiva, ma una precisa visione del reale e una conseguente pratica di vita. Si può dedurre così che dalla compassione arriva un antidoto alla paura, un modo non di ignorarla, ma di accoglierla, ascoltarla, approfondirla nei suoi presupposti. L’interconnessione ridimensiona la pretesa del controllo sugli eventi. E anche l’incertezza ha molto a che fare con la paura e l’angoscia. E il controllo è molto legato all’io e al suo desiderio di affermarsi. Per questo i maestri zen dicono che se l’io avesse un motore, la paura ne sarebbe il combustibile. La nobile verità del buddismo che individua nell’attaccamento la causa del dolore può insegnare molto anche a proposito dei timori. Il risvolto di ogni attaccamento è la paura della perdita. E in fondo anche l’autoconservazione può essere considerata una forma di attaccamento, che reca con sé la paura di morire. E molte sono le morti che si possono sperimentare, la perdita progressiva della giovinezza, della salute, della bellezza, ad esempio. Molti timori possono essere ricondotti a questa radice. Vi sono crisi inaspettate, come può essere considerata anche l’emergenza attuale, che ha interrotto i ritmi precedenti, in alcuni casi ha comportato il lutto, la malattia, la perdita del lavoro, la sospensione della vita sociale. Molte forme di attaccamento sono messe in crisi, perché non si è più nella possibilità, o nell’illusione, di esercitarvi un controllo diretto. E questo fenomeno chiama in causa un’altra terribile paura, quella di perdersi, di perdere “io”. Tendiamo a coltivare un’immagine cristallizzata di noi stessi, di ciò che chiamiamo “io” e tendiamo a identificarci con quello che facciamo giorno per giorno, con i ruoli che svolgiamo in famiglia e in società. A essere onesti, basta davvero poco per mandare in frantumi tutto quello che siamo abituati a percepire come il nucleo più forte e stabile dell’esistenza. Ciò genera paura nella misura in cui ci opponiamo alle condizioni che variano e pretendiamo di radicare le nostre sicurezze su cose e persone soggetti al mutamento, come tutto ciò che ci riguarda. Nei cambiamenti profondi, in quelli non cercati, subiti, sofferti, avvertiamo con maggiore chiarezza la nostra liquidità, la facilità in cui ci possiamo liquefare. Un altro ampio e complesso ambito correlato alle paure ha a che fare con la visione della vita in generale e con i sentimenti. Molte paure hanno a che fare con i desideri, i sogni
che non hanno trovato attuazione e che lasciano un’eredità di frustrazione, delusione, sfiducia. Producono strani rifiuti che fungono da blocco e si manifestano sotto forma di paure. Il primo rimedio da coltivare nel Nobile Ottuplice Sentiero buddista raccomanda la retta visione, cioè la capacità di saper vedere, sapere riconoscere la realtà per quella che è, alleggerendola il più possibile da letture successive e sovrapposte dalla mente, che può così provocarsi sofferenza. E la realtà restituita dalla visione è intanto sempre soggetta al divenire e poi gode di una sua neutralità, può essere colta come opportunità.

Nelle spiritualità orientali il superamento della paura è demandato all’impegno personale, alla capacità di risvegliarsi continuamente a una consapevolezza più profonda.

Altre fedi parlano di Dio vicino, offrono la possibilità di affidarsi a lui. Così avviene nell’ebraismo, nel cristianesimo, nell’islam e in altri casi. Nel vangelo secondo Matteo Gesù si congeda dai suoi con questa rassicurazione: Sappiate che io sarò sempre con voi (Mt 28,20). E diverse volte nei vangeli invita a non avere paura. Nel Corano è scritto: Dicevano loro: “Si sono riuniti contro di voi, temeteli”. Ma questo accrebbe la loro fede e dissero: “Allah ci basterà, è il Migliore dei protettori”. … Certo è Satana che cerca di spaventarvi con i suoi alleati. Non abbiate paura di loro, ma temete Me se siete credenti (Cor 3,173.175). Il temere Dio è un tema che compare nei testi sacri e che gli interpreti aiutano a leggere non come sinonimo di paura, ma come consapevolezza della piccolezza della creatura al cospetto della grandezza di Dio. Sapere di trovarsi sempre al cospetto di Dio e sentire, esprimersi, agire, di conseguenza, è considerato un valore nonché una manifestazione di fede. In molti tempi e in molti modi le religioni sono state accostate alla paura, sono state viste come strumenti di sottomissione, abili nell’alimentare e nel nutrire la paura. Questo pericoloso binomio, parte di quello più ampio, che congiunge sacro e violenza, può avvenire, può realizzarsi come strumento di potere. Non è utile nel nostro caso a offrire risorse rispetto alla paura con cui comunque l’essere umano e religioso si confronta per tutta la vita.

Se i testi e gli insegnamenti religiosi sono tanto attraversati dalla paura, pur nelle loro differenze, è perché si tratta evidentemente di un centro nevralgico, che non ha a che fare soltanto con i sentimenti e non sarebbe corretto sottovalutarla. Viene letta e interpretata dalle scienze umane, ma le teologie sono utili a connetterla a Dio e alla fede. Spesso è associata all’infanzia, come se questa fosse l’unica stagione autorizzata ad accoglierla. I fatti dimostrano che rispetto alla paura non si diventa mai del tutto adulti. Anzi forse la paura serve proprio a questo, a ricordarsi di essere bambini desiderosi di crescere, orgogliosi a ogni tentativo fatto in quella direzione, Ho cercato il Signore, mi ha risposto e da ogni mia paura mi ha liberato (Sal 34,5).

Ada Prisco

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