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L’UMANITÀ E IL SUO RAMADAM

Ramadan, il nome del nono mese del calendario lunare islamico, contiene nella sua radice il significato di ardente, torrido. I più ritengono che il primo mese del digiuno capitò in un periodo di caldo intenso che gli valse questo nome. Il calore intenso rimanda al fuoco, e, in definitiva, alla luce. Se anche fu una circostanza precisa e legata a un certo periodo dell’anno a determinare il nome del mese sacro all’islam, il simbolo della luce, che evoca, guarda dritto in Dio. Lo riporta al centro, come la sorgente prima che non si può escludere dallo sguardo. E non c’è tempo più opportuno di questo per esaminare e riesaminare i principi primi, le questioni fondamentali, visto quanto è cambiato in questo periodo il rapporto con il tempo e con la fragilità. Il calore di Ramadan giunge ai musulmani come fuoco che purifica, propone la rinuncia a soddisfare bisogni fondamentali per orientare alla presenza che li precede. L’esercizio della signoria dello spirito sul corpo ricongiunge alla libertà che proviene alla creatura che non si sottomette ad altri che al Creatore, si muove nella libertà profonda. La tradizione islamica riconosce nelle norme una scorza e una polpa, cioè un adempimento formale e la sostanza. In mancanza di un’adesione libera e volontaria l’offerta perde valore. E per i credenti il digiuno nel mese di Ramadan è la forma tutta particolare del sacrificio ed è dedicata totalmente a Dio. Un hadith qudsi, cioè uno di quei detti divini, che si ritengono trasmessi non da un profeta ma da Dio stesso, così considera il digiuno: Il digiuno è mio ed Io lo ricompenso. Il credente rinuncia ad appagarsi sessualmente, a mangiare e a bere, per me. Il digiuno è come uno scudo, e chi digiuna ha due gioie: si rallegra quando interrompe il digiuno, e si rallegrerà del digiuno fatto quando incontrerà il suo Signore. La preghiera, la meditazione, la condivisione spirituale, la lettura del Corano, che si considera sceso proprio la ventisettesima notte del mese santo, sono attività particolarmente raccomandate. Il senso di appartenenza alla umma, cioè alla comunità, la convivialità dell’ora, in cui il digiuno è interrotto al tramonto, sfumano questo tempo di una densa coralità, specie dove i fedeli vivono da migranti. Mentre nelle terre a maggioranza islamica, dove si coabita serenamente con le altre fedi, le tavolate serotine sono spesso apparecchiate dagli altri e condivise in allegria. Quest’anno, come si era già verificato per il Pesach degli ebrei e per la Pasqua dei cristiani, le celebrazioni dovranno concentrarsi nel privato, o, tutt’al più, comprenderanno la famiglia. Come fanno in queste settimane le guide spirituali di numerose confessioni religiose, un po’ in tutti i paesi del mondo, anche molte moschee, imam e personalità carismatiche del mondo islamico, incoraggiano l’impegno spirituale dei fedeli attraverso richiami alla preghiera, sermoni, riflessioni, trasmessi a distanza. Gli effetti della distanza possono essere strani. Portano alla luce le presenze che mancano di più e le assenze che si apprezzano in quanto tali! Ma in fondo, non è questa una forma di digiuno? Non s’incontra con lo spirito di Ramadan? Fare a meno di tutto per distinguere chi è realmente necessario dallo scarto superfluo che appesantisce? Non soltanto i musulmani, ma un po’ tutti, magari inconsapevolmente, siamo entrati, da un po’ ormai, in un lungo tempo di digiuno. Non si tratta di una pratica esclusiva dell’islam, alle religioni viene naturale connettere il cibo allo spirito, offrire in sacrificio, tentare vie di migliore concentrazione per ascoltare il divino. Questi, però, sono i giorni che l’islam dedica al suo quarto pilastro. E forse il digiuno anomalo, sperimentato per via della segregazione sanitaria, può farci cogliere con maggiore profondità un valore proclamato universalmente dalla spiritualità, fare vuoto per lasciarsi riempire di quello che conta.

Fame per necessità, fame per scelta
La psicologia recente ci ha insegnato a riconoscere malattie molto serie, talvolta mortali, che si manifestano in un rapporto gravemente alterato con il cibo, per difetto o per eccesso. Si pensi all’anoressia, alla bulimia. Genericamente hanno a che fare con l’immagine che si ha di sé, l’autostima, manifestano forse un bisogno di attenzione, la mancata soddisfazione di una fame diversa da quella del fisico, che non riesce a palesarsi in altro modo che attraverso l’astinenza o l’ingordigia. Questi meccanismi patologici intervengono sulla fame o pretendendo di negarla o di amplificarla all’eccesso. In entrambi i casi è come se non si volesse riconoscere la fame per quella che è, l’espressione di un bisogno. Le spiritualità, al contrario, recuperano con enfasi proprio la mano mendicante di questo istinto, per poi dirigerla verso l’alto. In quella situazione difficile [il Signore tuo Dio] voleva farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che egli vive della parola del Signore (Dt 8,3). Il digiuno religioso è finalizzato non soltanto all’ascesi, ma anche alla solidarietà. Nella fame accolta volontariamente si entra in sintonia con coloro che sono obbligati a subirla nell’indigenza. L’aiuto è l’azione conseguente all’inazione del digiuno. E questa carità può manifestarsi come soccorso materiale a favore dei poveri, ma anche come sostegno morale, riparazione di ingiustizia, riconciliazione. L’elevazione dello spirito attraverso la fame o attraverso una dieta mirata è storia di tutti i giorni per molte confessioni.

Fame di parole, fame di visione
La reificazione della persona segnala con chiarezza il degrado della società al tempo del profeta biblico Amos. I ricchi diventano più ricchi e sfruttano tutte le loro possibilità, approfittano dello stato di bisogno per maltrattare il povero, arrivano a considerarlo come una cosa fra le altre. L’avidità è diventata un’abitudine, al punto che ogni esigenza è canalizzata nella brama di guadagno. Osservare le feste religiose cadenza il tempo come un atto puramente formale. Nella situazione descritta dal profeta il popolo appare del tutto scollegato non soltanto da Dio, ma anche dalla capacità di decifrare anche le proprie necessità. La distanza da Dio prende il largo man mano che aumenta l’illusione di una pretesa autosufficienza. La distanza da se stessi s’insinua man mano che ogni vuoto è riempito dall’ingordigia di denaro, in nome del quale tutto è accettato come normale. Il male che diventa costume assoggetta completamente, chiudendo ogni varco. Gli israeliti sono ormai sordi. Tutte le parole, anche quelle del profeta, sono diventate inutili. E’ così che viene annunciata la svolta di Dio: Verranno giorni, – dice Dio, il Signore, – in cui io manderò la carestia in questa regione. Non di pane avranno fame, non di acqua avranno sete, ma di ascoltare la parola del Signore. Ovunque cercheranno con ansia la parola di Dio, da nord a sud e da ovest a est. Ma non la troveranno. In quel giorno, anche ragazzi e ragazze in ottima salute verranno meno per la sete (Am 8,11-13). La fame spinge a simpatizzare con chi ha fame. Da dove può arrivare la speranza, se non dalle parole di Dio? E come si può ricostruire un popolo disgregato, se non è raccolto nella stessa visione? Si tratta di una fame dai meccanismi più complessi da soddisfare. Quando la sterilità raggiunge il livello delle parole e delle visioni prospettiche, il respiro della storia è strozzato. Mancano i presupposti del futuro. Questi versetti del profeta Amos contengono un insegnamento importante non soltanto a proposito della fame. Chi ha in animo di sostenere una famiglia, ancor di più chi desidera animare una comunità di fede può validamente avvantaggiarsene. Quando il dialogo s’impoverisce non di chiacchiere, ma di parole di condivisione, fondate, slanciate verso una prospettiva comune, il futuro è compromesso e con esso la sopravvivenza.

In questo tempo di isolamento e di privazione dell’annuncio della fede, nelle modalità abituali, può farci riconoscere nella situazione descritta dal profeta, sebbene siano nate da tutte le parti forme di accompagnamento spirituale a distanza. L’esperta in comunicazione religiosa digitale Heidi Campbell è riuscita a curare in tempo reale un’interessante raccolta di esperienze del genere (The distanced Church. Reflections on doing Church online) ed ella stessa si è detta sorpresa sia delle adesioni ottenute nel condurre la sua ricerca, sia del numero abnorme di responsabili di comunità che si sono attivati, alcuni a partire da esperienze già avviate in passato, ma altri da una familiarità piuttosto scarsa con la tecnologia e il digitale. Un discorso analogo potrebbe addentrarsi nelle piste battute da altre religioni. Questo dato in se stesso potrebbe farci rispecchiare nella situazione descritta da Amos. Tutta l’umanità sta attraversando i giorni del suo Ramadan, sebbene non tutti siano pronti allo spirito oblativo dei devoti. Questo è il tempo di capire chi e che cosa manca davvero e di entrare in sintonia con chi manca del necessario, perché la preghiera non basta, come ha dichiarato il Dalai Lama qualche settimana fa al Time, urge la compassione. La compassione autentica focalizza il mondo come l’organismo interconnesso che è e si traduce in azione che unifica, costruisce, cioè l’opposto di quello che descrive il profeta Amos.

Tutto è relativo, non la fame
Ritornare alla mancanza mette in funzione quei canali di trasmissione dei segnali, che facilmente in un organismo qualunque possono finire dimenticati o incepparsi e falsificare i messaggi, come accade per
l’anoressia e la bulimia. Nell’ascolto della necessità si apre un varco che può condurre a una ricerca più profonda. Ogni sistema vacilla e mostra le proprie inadeguatezze di fronte alla concretezza, all’evidenza di una necessità impellente, come la fame, ad esempio. Persino la teologia come sistema è soggetta al tempo, alle circostanze, quindi è relativa. Ogni autorità umana si scopre inadeguata rispetto a ciò che è veramente importante. Nel digiuno si può riconoscere il tipo di fame. Quest’anno facilmente molti musulmani avvertiranno fame di compagnia, perché, quando il digiuno s’interrompe, si condivide la festa, ma ora è impossibile. Quel digiuno continuerà anche oltre il tramonto. Poi c’è la mancanza dei luoghi di sempre, specie quelli di aggregazione, come la moschea. Video e foto dovranno bastare a placare quel bisogno. Ci sono poi altre mancanze, che, al contrario, troveranno in questo periodo una più efficace compensazione. Pensiamo all’uguaglianza, l’esigenza di riscoprirsi tutti rivestiti della stessa dignità. E come nella più comune prova degli strumenti che precede un concerto, ci stiamo riuscendo ad accordarci su di una condizione che ci fa vivere tutti molto di più nel mondo virtuale, anche per ciò che riguarda la pratica della fede. E così avviene che nei giorni di Ramadan la realtà giovane, particolare, alternativa di The Women’s Mosque of America, la prima a guida femminile negli Stati Uniti, riceva maggiore visibilità della Grande Moschea de La Mecca. Nel Michigan un gruppo di lavoro studentesco dedicato all’islamofobia per il mese sacro ha predisposto un sito pieno di risorse di ogni genere, movimentato da molte testimonianze provenienti dal mondo giovanile, capace di comunicare con molta allegria immagini e informazioni importanti. In un rimescolamento imprevedibile le distinzioni di un tempo non valgono come prima. Centro e periferia diventano difficili da identificare, ora che la mappa è tutta virtuale. Gli adattamenti che si vanno gradualmente conquistando manifestano più che mai che tutto è relativo. La fame, però, non lo è. S’impone e cerca soddisfazione, anche solo in base alla conservazione della specie che scatta come un pilota automatico. E’ interessante l’astensione che favorisce il contatto con l’aridità del falso modo di soddisfare i bisogni. Il digiuno scelto, ma anche quello figurato imposto dalla quarantena, è una specie di interruzione della routine. Capita come un meccanismo che s’inceppa. Questa discontinuità ha provocato la fuoriuscita di una realtà che non si vede oppure si nota raramente. Non è detto che abbia un bell’aspetto, ma esiste. Ed emerge contemporaneamente ad altri aspetti. Le ipotesi di riapertura si avvicinano, ma le numerose condizioni che le limitano paventano un altro aspetto del digiuno. Molte possibilità precedenti al momento sono comunque perse. Il progressivo impoverimento dello stato minaccia altre sicurezze. Prima era il precariato, ora direttamente la povertà? Questo digiuno può diventare allenamento a molte altre esigenze, di libertà, di lavoro, di tranquillità, di spostamento, di sicurezza. La lezione antica e nuova delle fedi non disgiunge l’assoluto della fame dall’assoluto che è Dio.

Recuperare l’incanto
Il profeta Muhammad era affascinato dalla religiosità ebraica. E’ importante sottolinearlo, perché può aiutare i credenti di qualunque appartenenza, in ogni tempo, a lasciarsi incantare dalla fede altrui. Fu
attirato da molti usi ebraici, specialmente dallo Yom Kippur, il giorno dell’espiazione, di totale digiuno… il dieci del settimo mese digiunate e interrompete ogni lavoro … è il giorno in cui viene compiuto per voi il sacrificio per il perdono dei peccati e per la purificazione e nel quale voi siete così purificati da tutte le vostre colpe davanti al Signore. In questo giorno voi dovete fare riposo completo e digiuno. Questa prescrizione vale per sempre (Lv 16,29-31). Nella pratica della prima comunità islamica questa celebrazione è accolta con il nome di Ashura, dalla parola ebraica che indica la data, il decimo giorno del mese di Tishri. Ed è l’anello di congiunzione fra il digiuno ebraico e quello islamico di Ramadan. E’ riportato dei Detti del Profeta, fra gli altri, dall’autorevole Al-Bukhari (30,106): Il Messaggero di Allah ordinò ai musulmani di digiunare nel giorno di Ashura, e, quando fu prescritto il digiuno durante il mese di Ramadan, digiunare o meno nel giorno di Ashura diventò facoltativo. Nella naturale elaborazione di una fisionomia propria dell’islam, soggetto religioso autonomo, distinto dall’ebraismo, avvennero alcune modifiche, fra cui il digiuno di un mese durante il Ramadan. Lo stesso Corano reca traccia di questa continuità fra ebraismo e islam circa il digiuno: Voi che credete, vi è prescritto il digiuno come è stato prescritto a quelli prima di voi affinché temiate Dio… Digiunare è un bene per voi … Il Ramadan è il mese in cui è stato rivelato il Corano come guida … Quando vedete la luna nuova, digiunate per l’intero mese … (Cor 2,183-185). E la lettura del Corano è particolarmente raccomandata nei giorni del nono mese, in cui, secondo i Detti, le porte dell’inferno sono chiuse, i demoni incatenati, le porte del paradiso sono spalancate (Al-Bukhari 30,9). Nascono qua e là anche gruppi di lettura interreligiosa, in cui talvolta si alternano brani del Corano a brani della Bibbia giudaico-cristiana: è un’opportunità per conoscersi meglio, anche per recuperare il senso d’incanto connaturato al sentimento religioso.

Il digiuno promuove una sorta di distacco, un movimento simile alla nave quando leva gli ormeggi e prende il largo, prende le distanze. In questo senso, siamo tutti immersi in questo esercizio, a tutti è offerta l’occasione di sperimentare una migliore empatia con l’islam che celebra il Ramadan. Digiunare con fede significa disporre di una mappa e di una meta, non sentendosi persi in alto mare. Oppure è come entrare in uno spazio sacro e sostarvi per un po’. Il teologo Al-Gazzali oltre al digiuno fisico, raccomanda un digiuno mentale, che consiste nel purificare e liberare la mente da pensieri malvagi, da rancore, ira. E indica come livello superiore, cui il digiuno attinge, la cura dello spirito, che assorbe il tempo sacro di Ramadan per elevarsi verso Dio. Da una percezione della vita centrata su di sé il credente è invitato a contemplare il suo destino ultimo, e, quindi, a ricollocare Dio al centro della sua vita.

In questo tempo di distanze forzate, di forzata lontananza dalle pratiche religiose abituali, il Ramadan islamico può fornire agli altri credenti un’occasione di reincanto, utile ad apprezzare il sacro così diffuso nel mondo, anche in vesti cui spesso non si presta la dovuta attenzione. E, in fondo, l’impressione che Yom Kippur suscitò in Muhammad può essere simile a quella che Ramadan risveglia nella condivisione del tempo di digiuno, che può collegarsi naturalmente al religioso vitale in ognuno.

Iftar, ovvero l’interruzione del digiuno, con il pasto che segue la preghiera del tramonto, è tradizionalmente un momento di grande festa, ha luogo nella gioia, la tavola è condivisa con parenti, amici, vicini di casa. Dovrebbe segnare il Ramadan anche un’attenzione particolare per le persone anziane. La sospensione di questa modalità di celebrare iftar dilata a tutto il mese ciò che è tipico tradizionalmente degli ultimi dieci giorni di Ramadan, una forma più rigorosa di concentrazione, da parte di almeno un membro della famiglia. Anche in questo caso, però, manca qualcosa quest’anno, il contatto con la moschea. Tutto diventa un po’ più simile al ritiro, ogni luogo più simile alla moschea, tutti un po’ più soli, ma anche più nella condizione di con-sentire, sentire insieme, specchiarsi gli uni nell’umanità e nello stato di bisogno degli altri.

Il mistico Rumi ha cantato il Ramadan come l’amato dal viso simile alla luna, da accogliere facendo strada alla lode, svuotandosi di tutto per dedicare a lui tutto il fiato e lasciarsi riempire dal suo respiro.

Il digiuno, che gran parte dell’umanità sta praticando di fatto in molti modi figurati, aiuta a specchiarsi nel digiuno sacro dell’islam, un modo per respirare in consonanza l’assoluto e avvertirne insieme la fame.

Ada Prisco

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