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IO STO ALLA PORTA E BUSSO

Ecco io sto alla porta e busso: se qualcuno sentirà la mia voce e aprirà la porta, entrerò da lui e cenerò con lui ed egli con me (Ap 3,20). Così parla l’Amen, il Testimone degno di fede (cf. Ap 3, 14), mentre detta all’angelo la lettera ai cristiani di Laodicea. Questa espressione, impregnata di convivialità, manifesta un Dio socievole, disponibile, desideroso di farsi vicino, di entrare in confidenza, in quella intimità serena tipica degli amici. Intorno alla mensa spennella il suo ritratto più sereno e familiare. Le parole, che precedono questa rassicurazione, mettono in luce una condizione di apparente ricchezza e di sostanziale povertà, di cecità, di indifferenza, di incapacità di provare un sentimento autentico di accoglienza o di repulsione. A tutto ciò il Dio cristiano, visibile in Gesù, risponde prendendo l’iniziativa. E non si limita a parlare, ma comunica qualcosa di più concreto e articolato. Allude all’incrollabile proposito da parte di Dio di essersi collocato, e, quindi, di stare vicino a, di farsi presso, di farsi prossimo. Non a caso si presenta come l’Amen. Questa parola ebraica rimanda a ciò che è stabile, fermo, a ciò che non crolla né viene meno. Questo bel piano, però, rimane sulla soglia, si sottopone all’attesa, all’incertezza. Sembra un controsenso, ma accoglie una tensione. Prima dell’incontro vero e proprio, rimangono da soddisfare un altro paio di condizioni, sintetizzate nel sentire la voce e nell’aprire la porta. Quindi, chi sta alla porta parla si qualifica, forse perché chi è dentro s’informa: Chi è? Oppure, perché parla per primo, al fine di essere riconosciuto. Rifiuta l’apertura automatica, desidera un’apertura personale, dettata dalla volontà di accogliere in maniera ben individuata. Quest’intenzione deve tradursi in un’azione specifica, che non si limita a ricevere. Se vuole, chi sente deve aprire, deve eliminare le barriere. Se questo avviene, ha luogo la cena a due, io con lui ed egli con me. Ogni comunicazione profonda, personale, in qualunque tipo di relazione avvenga, necessita di intimità. Si potrebbe obiettare che non c’è nessuno più intimo di Dio. Questa scena parla di un’intimità accolta, voluta, praticata, non meccanica né passiva.

Nel capolavoro della religiosità e della sapienza indiana della Bhagavadgita, il Dio si muove a compassione, perché vede e sente Arjuna turbato, in preda allo sconforto. Anche in questo caso il divino assume una forma umana, si fa vicino all’uomo e parla con lui. Arjuna non sa cosa fare, teme che le sue scelte e le sue azioni possano procurare la morte di persone care e degne di rispetto. Le parole di Krishna portano alla luce diversi aspetti della sapienza e della compassione, che non sono accessibili immediatamente. Nemmeno lo studio garantisce la dimestichezza con la sapienza e la compassione. La speculazione finalizzata alla liberazione, detta samkhya, che fa conoscere la struttura portante della realtà, è opportuna. Insegna che il nascere e il morire sfuggono alla … esperienza nel loro inizio (Bhagavadgita II,28). Quindi, non è corretto discernere, focalizzandosi sull’esito, desiderato e non desiderato, dell’azione. Krishna allena Arjuna a raggiungere un livello superiore per compiersi nell’Assoluto (Bhagavadgita II,66). E questo è possibile, affiancando la speculazione allo yoga, inteso come pratica di ricongiungimento di ogni facoltà ed energia, protesa a concentrare e stabilizzare ogni risorsa. Così facendo, quando per tutti gli esseri è notte, allora è sveglio l’asceta padrone di sé. Quando gli esseri sono svegli, è notte per il veggente silenzioso (Bhagavadgita II,69). In questo prezioso scambio, il divino rivela se stesso ad Arjuna, e rivela l’essere umano a se stesso.

Nel Corano Dio dice al Profeta: Quando i miei servi ti chiedono di me, di’ loro che Io sono vicino (2,186). Molto poetica e nota è l’immagine che riferisce queste parole di Dio: Noi abbiamo creato l’uomo e sappiamo quel che la sua anima gli sussurra. Noi siamo più vicini a lui della sua stessa vena giugulare (50,16). L’assoluta trascendenza non impedisce al divino la vicinanza alle creature. Proprio perché Dio è ovunque, è anche nell’essere umano. La presenza di Dio appare con esultanza e partecipazione nella Bibbia ebraica, prende corpo nell’esortazione del profeta Sofonia (3,15.17) con i toni della festa: Re d’Israele è il Signore in mezzo a te … Il Signore, tuo Dio, in mezzo a te è un salvatore potente. Gioirà per te, ti rinnoverà con il suo amore, esulterà per te con grida di gioia. Sembra di vedere un Dio pronto a fare il tifo per il suo popolo.

Dov’è la porta?
Immaginando con la mente la scena descritta dall’Apocalisse, potremmo anche domandarci: a quali porte Dio sosta e bussa? E’ una questione molto indagata dalla teologia e considerata soprattutto dalla teologia delle religioni. Dio è ovunque, può manifestarsi ovunque, può rendersi porta in qualunque situazione, da qualunque squarcio o ferita della storia di ognuno può ricavare una porta. E da qui può iniziare un’altra storia. Testi sacri, preghiera, pratica della fede sono altrettante occasioni per affinare l’udito e riconoscere quella voce: … le pecore ascoltano la voce [del pastore]… e le sue pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce (Gv 10,3-4). Si può escludere che questa voce arrivi da altre parti? Può arrivare attraverso sapienze di segno diverso? Può raggiungere in qualche modo anche tanti al di fuori delle morfologie religiose. Il problema è: come si fa a stabilirlo?

Chi apre la porta?
I credenti non possono che sentirsi riempiti di meraviglia e brio, avendo notizia di un Dio che agisce in questa maniera, che sta alla porta e bussa, che è più vicino della giugulare, che si manifesta in forma umana per accompagnare il travaglio spirituale degli esseri umani. Da tante parti si invoca forza e speranza. Non c’è forza più vigorosa della vicinanza tradotta in presenza. Non sempre, però, si riesce a vedere e a percepire con chiarezza chi e cosa è vicino. Valgono sempre le stesse condizioni, se uno sentirà la mia voce e aprirà la porta. Come si fa a capire chi apre quella porta? Da che cosa lo si deduce? Come possiamo affermare con sicurezza che noi stessi la apriamo o che la lasciamo chiusa? L’incontro con il divino sfrutta un’ampiezza di onde maggiore dell’incontro fra esseri umani, ciò amplifica la complessità del discernimento. Oltre a stabilire se e come avviene questo incontro, anche trasferirlo nel linguaggio appare problematico. L’ineffabilità dell’esperienza religiosa sfrutta per lo più il canale dell’analogia, procede per metafore, similitudini. L’esperienza del divino eccede la capienza umana. E la coscienza umana, per parte sua, può avere tante gradazioni di accettazione e tanti nomi per definirla, tanti stili per desiderarla. Da che cosa si ricava se quella porta è stata aperta?

Incontrarsi, una parola, tanti scenari
A fronte della bella immagine di convivialità e delle altre passate velocemente in rassegna, l’esperienza, pure quella che trova espressione nei testi religiosi, narra anche di turbamenti e sconforti. Ci sono frangenti in cui il divino non è percepito come chi va incontro, ma come l’amante tradito. Questi vuole far pesare la propria assenza, il proprio voluto allontanamento, persino il proprio risentimento. Anche se grido e chiedo aiuto, [il Signore] soffoca la mia preghiera. Mi ha sbarrato ogni strada con blocchi di pietra, mi ha chiuso ogni sentiero (Lam 3, 8-9). In questo caso il credente racconta questo incontro come una faticosa investigazione in una situazione oscura da decifrare, in cui guardare avanti è impraticabile, perché dinanzi si para un cielo costellato di nubi fitte e scure. Si domanda che senso possa avere. Percepisce ostilità intorno a sé e la attribuisce a Dio. La memoria del tempo trascorso, però, corre in aiuto e sostiene la fiducia che anche nelle circostanze più enigmatiche Dio desidera e opera per il bene di quelli che lo cercano. Quale strategia, allora, bisogna attuare? Nell’ottica delle Lamentazioni, animata nonostante tutto dalla fede, è bene aspettare in silenzio (Lam 3, 26). Il silenzio può mostrare molti volti. Può essere vitalità nella mortificazione della parola. E’ una forma di concentrazione, di raccoglimento. Evitando la parola, la situazione incerta rimane aperta. Le parole, al contrario, tendono a dare forma al reale, a trasmettere un suo profilo definito. In condizioni negative questa definizione sarebbe di per sé negativa, potrebbe comunicare facilmente polemica, lo spirito della guerra, a sua volta premonitore di disgregazione, il contrario dell’incontro. Nel silenzio quella corrispondenza, che è ancora mancanza, assenza, può continuare a essere desiderata, cercata, preparata, favorita.

La notte dello spirito
Il punto di contatto fra il convivio e la desolazione c’è ed è la possibilità. L’incontro umano-divino è sempre possibile. La grande mistica ha paragonato spesso la sensazione della lontananza da Dio alla mancanza d’acqua, quindi, al deserto. Oppure l’ha assimilata al buio, alla mancanza di luce. In fondo, queste condizioni sono riconducibili al raccoglimento, al silenzio. Non sono molto distanti dal ricongiungimento olistico della meditazione, dello yoga. Questa evenienza del fenomeno religioso, o anche mistico, è particolarmente concentrata sull’essere religioso e su di un agire nel suo microcosmo. Inoltre ha il sapore della coltivazione, dell’impegno, della presa di coscienza. Anche nella Bhagavadgita Arjuna attraversa un periodo oscuro per la sua coscienza, avverte il peso di un dilemma morale. Vuole compiere la scelta giusta, muovere l’azione in modo da allinearsi con il dharma, in armonia con il soffio divino e universale che tutto regge in armonia. Il divino giunge in suo soccorso, gli parla come da uomo a uomo. Le cose, però, non vanno sempre così.

Juan de Yepes Álvarez, più noto come San Giovanni della Croce, ha cantato la notte dello spirito come fortunata, gioiosa, un tempo di trasformazione che guida l’amato e l’amata a ritrovarsi. Prima di convolare a giuste nozze spirituali, l’anima affronta, in quella che è descritta come una notte, un cammino di emancipazione, si distacca non soltanto da pesi, che possono intralciarla, ma anche da modi infantili di concepire la vita e la fede. La notte assomiglia all’esodo, un percorso non sempre facile, che conduce a Dio e all’affrancamento dalla schiavitù. L’aridità può accompagnarsi alla carenza di gratificazioni. Continuare a incrociare contrarietà, avvertire l’assenza di supporti, temere per la progressività dell’impoverimento, la sensazione di disorientamento possono accompagnare questa notte. Nella
prospettiva religiosa e mistica, la notte spirituale, dolorosa, talvolta incapace di offrire dati alla consapevolezza piena, è raccoglimento con l’amato senza mediazioni. In tal modo, vista successivamente, a posteriori, appare più luminosa del giorno. E ciò avviene accogliendo quel silenzio, di cui si diceva, in cui i pensieri fluiscono riuscendo a non chiudere le situazioni, per quanto dolorose, in una gabbia di definizioni. The dark night of the soul al suono dell’arpa canta in melodia le parole di Giovanni della Croce attraverso la voce di Loreena McKennitt. Parla il linguaggio universale dello spirito, cavalca le epoche, può offrire suggestioni a chiunque voglia riceverne. Non è per soli addetti ai lavori, né solo per i monaci, né unicamente per i cristiani. Porta alla luce una tonalità che è propria dello spirito, della sua vitalità e della sua mortificazione. E contiene tanti insegnamenti di valore. Uno potrebbe essere l’umiltà: più si cerca di progredire nel bene, nella santità, più si desidera avvicinarsi a Dio o accogliere Dio che si fa vicino, più ci si riconosce inadeguati. E questo provoca sofferenza. Inoltre, la notte insegna a sospendere il giudizio. E’ letta più spesso come una vittoria sui sensi, sulle passioni. Questi aspetti, però, sono successivi al punto di vista da cui si guarda alla realtà. La notte induce ad essere poliprospettici, a gettare uno sguardo diverso su se stessi, su Dio, sulla situazione. E questo è più facile quando tutto il resto tace e dorme. Si può spendere la vita con un impegno eroico, non assecondando alcuna passione, ma rimanere comunque nell’infanzia dello spirito, soggiogati da una visione limitata, da una santità perseguita inseguendo distanza e mortificazione. La notte oscura di Giovanni ci ammette al cuore di una grande passione, alla luce della quale il rapporto con ogni altra passione è illuminato. Moltiplicare i punti di vista, camminare instancabilmente sulle tracce dell’amato può provocare la sensazione di smarrimento. La notte è anche questo, il coraggio di affrontare ogni volta un viaggio, non distinguendo chiaramente l’approdo, ma custodendo in sé la cura della direzione giusta. Ricorda la notte cantata nel preconio della veglia pasquale cattolica: O notte beata, tu sola hai meritato di conoscere il tempo e l’ora in cui Cristo è risorto dagli inferi. Di questa notte è stato scritto: la notte splenderà come il giorno, e sarà fonte di luce per la mia delizia.

L’esercizio di distacco che svolge l’anima avvolta d’amore per l’amato permette l’esperienza della povertà evangelica. E questa, a sua volta, non è molto distante dalla terapia buddhista del superamento del dolore. L’attaccamento come atteggiamento mentale trasmette un’immagine artificiale del reale e provoca sofferenza. Coltivare la povertà fa diventare liberi. Restituisce alla realtà in continuo mutamento, troppo sfuggente per diventare un possesso di chicchessia. Lasciar andare rientra nello scopo della meditazione, ripulisce la passione dall’illusione aggressiva del possesso e convoglia le energie al ricongiungimento con l’amato, quello che sa di pace e che si diffonde come pace.

Infine, la notte dello spirito è mistero, non si lascia indagare del tutto. In parte si cela agli sguardi e alla comprensione. Serba per sé una qualità inaccessibile. Osa uscire di notte chi non può fare a meno di cercare l’amato. Pertanto, assume rischi e incertezze. Camminare nelle difficoltà, reagire, quindi, allo stallo dell’aridità spirituale, non soltanto è un modo per incontrare il divino, è anche la conquista di una nuova identità. Giovanni della Croce parla, infatti, di un travestimento, un cambio d’abito. Si legge nel Nuoto Testamento: … voi avete abbandonato la vecchia vita e le sue azioni, come si mette via un vestito vecchio (Col 3, 9). Per incontrare l’amato bisogna mettere in conto un cambiamento. E poiché l’amato s’incontra continuamente, o almeno così si spera, anche il cambiamento deve essere continuo, si accede al mattino, passando attraverso la notte.

Eppure rimane una dose di mistero in ciò che avviene nell’anima all’incontro e lungo la ricerca del divino, passando per la sofferenza e l’assenza.

Chardi kala
Questa espressione punjabi significa aumentare o anche elevare l’energia. I Sikh esprimono in tal modo l’atteggiamento dominante che scaturisce dalla fiducia in Dio, che guida tutto al bene delle creature. Il sostrato spirituale su cui poggia è la presa di coscienza della temporalità della vita e della storia guidate da Dio verso la vittoria del bene sul male, del vero sul falso. Lo stato mentale in grado di lasciar proliferare questo principio è libero da ogni ostilità e paura. Forte della giustizia divina continuamente operante, lo spirito si muove nell’energia destinata a espandersi incessantemente ed alimenta in maniera genuina le incombenze quotidiane, incoraggia a impegnarsi nel sociale. Avversità e contrarietà nulla possono rispetto all’incrollabile ed eterna fermezza divina e neppure rispetto alla transitorietà tipica della vita umana e delle sue circostanze. Pertanto la disperazione, la frustrazione sono atteggiamenti privati di ogni logica. La libertà spirituale è piuttosto rafforzata dalla preghiera, dall’osservanza della fede e dall’esercizio della solidarietà. La proprietà diffusiva dell’energia positiva dello spirito non ammette alcun confine, è rivolta e rivolge naturalmente alla condivisione. L’aiuto al vicino diventa una pratica finalizzata non soltanto al nitore della propria carica, ma anche al rinvigorimento dell’energia spirituale dell’altro. Questa forte motivazione ha indotto le comunità Sikh a riorganizzare le forme di assistenza caritatevole in questi tempi di distanziamento sociale. La comunità sikh del Colorado è riuscita tanto bene a reinventare e a reimpostare l’organizzazione assistenziale, da estenderla a tutti i giorni della settimana, servendo un maggior numero di persone. Le forze prima impiegate per una mensa aperta un giorno solo alla settimana sono state convertite in una rete che recepisce le richieste a distanza e le mette in contatto con l’offerta più adeguata di servizio. La stranezza delle richieste o la loro difficoltà non sono un problema, ma un’opportunità, perché vengono lette e accolte nella cornice dell’incontro con il divino attraverso una rete di solidarietà. E le persone da loro servite, in qualche modo, possono essere raggiunte, a loro volta, da questo incontro. Non si può negare che l’incontro con il divino avviene nelle religioni, nella pratica di fede, ma può avvenire anche nella storia intramondana, ricevendo e cedendo segni, opere di bene gratuito.

Indubbiamente nella sofferenza umana queste diverse forme trovano un fertile terreno d’incontro. Ma anche ogni onesto riconoscimento della mancanza favorisce l’incontro. E la mancanza non si mostra soltanto nel dolore, ma anche nella sete di verità, nel desiderio dell’amato, nell’esigenza di diffondere il bene. Allora aprire quella porta viene più spontaneo. Nell’insufficienza umana l’eccedenza divina si fa incontro e diventa più visibile.

E questi giorni come stanno cambiando l’incontro con il divino, se lo stanno cambiando? Le grandi tradizioni ci avevano abituato al distacco dal mondo per fede, poi è venuta la religione della postmodernità e ci ha spinto con fede nelle braccia del mondo per condividerne affanni e speranze. E ora che il mondo sembra essersi allontanato da noi, ora che si fa? Non possiamo dire di essercene distaccati, perché è stato lui a lasciarci; e neanche possiamo immergerci in esso in nome della fede, a meno di non voler finire contagiati, o multati, e, magari, anche arrestati.

Nelle assenze e nel silenzio, pur se chiusi in casa, come l’anima cantata da Giovanni, in realtà questa nostra casa l’abbiamo al sonno abbandonata… Chi ci è venuto a bussare ci precede un po’ più in là.

Ada Prisco

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