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L’AFRICA AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Il COVID-19 non ha risparmiato neppure l’Africa. Secondo i dati dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), aggiornati al 15 aprile scorso i casi di contagio sono stati 10.759 con 520 morti. Fra i più colpiti vi sono l’Algeria, con 2070 casi e 326 morti, un incremento di nuovi casi di 87 e 13 nuove morti; il Cameroon con 855 casi, la Costa d’Avorio con 638 casi, la Guinea con 638, il Ghana con 636, il Niger con 570, il Sud Africa con 2415 casi. Si ha però un costante incremento del 51% di casi e un incremento dei decessi del 60% nel continente e sono stati evidenziati casi in 45 Paesi. Di fatto tutti i paesi africani sono stati colpiti.

I dati possono sembrare contenuti rispetto a quelli mondiali (in particolare di Europa e USA), ma non è così. In primo luogo i dati sono quelli dei paesi membri dell’OMS: infatti, sulle isole Comoro e il Lesotho, che non sono Stati membri, non vi sono informazioni. In secondo luogo l’incremento giornaliero è altissimo oltre al fatto di essere dati poco attendibili in quanto, a parte il Sudafrica, non esistono sistemi sanitari nazionali che rispettino i minimi standard occidentali e che raggiungano tutti i territori. Infine la pandemia incide gravemente sull’economia di paesi già estremamente poveri, aumentando il divario non solo all’esterno con i paesi ricchi, ma anche all’interno, fra ricchi (che ci sono e sono molto ricchi), e poveri dello stesso paese.

Secondo il quotidiano cattolico Avvenire, la crescente espansione del virus «avrà fra i suoi effetti collaterali una drammatica spinta recessiva sull’economia continentale». La Banca Mondiale (che, non va dimenticato, è uno dei principali motori delle differenze economiche fra ricchi e poveri a causa dei suoi prestiti concessi a condizioni che vincolano in senso capitalistico le scelte economiche dei Paesi debitori) sostiene che il PIL complessivo dell’Africa calerà nel 2020 del 2,1% e sarà la peggiore recessione degli ultimi 25 anni. Incidono sull’economia africana non solo il devastante impatto del virus sulle popolazioni, ma anche le ricadute economiche della crisi sanitaria globale.

Sempre secondo Avvenire «il rischio è quello di interpretare la realtà economica del continente senza tenere conto non solo delle percentuali di crescita o di decrescita, ma anche del significato dei numeri assoluti riferiti in termini generali al Prodotto interno lordo (Pil) continentale». Basta confrontare due o tre dati: il PIL stimato dell’intera Africa per il 2019 è di 2400 miliardi di dollari, Ebbene quello dell’Italia per lo stesso anno è di 2000 miliardi, della Cina di 14000. E’ evidente che il Pil africano non è paragonabile a quello dei paesi più ricchi. Ma se è vero che le istituzioni internazionali come Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale prevedevano una crescita rilevante dell’Africa per il 2020, adesso questa prospettiva va completamente in fumo.

Vanno considerate per esempio le importazioni alimentari dell’Africa, che supportano milioni di persone soprattutto nelle aree in cui si sono già manifestate siccità e carestia e che sono destinate a calare, da un lato per i blocchi determinati dalle necessità di contenimento del virus, dall’altro dal prevedibile aumento dei prezzi che non tutti i Paesi africani potranno permettersi. Quanto alle esportazioni, secondo le valutazioni dell’Overseas Development Institute, le diminuzioni nella domanda di petrolio potrebbero causare perdite per circa 65 miliardi di dollari per gli stati produttori africani. L’Angola, ad esempio, uno dei più importanti produttori di petrolio, ha non solo ridotto le sue esportazioni verso la Cina, che assorbe il 60% della sua produzione, ma ha subito anche le conseguenze dell’abbassamento di prezzo. Subirà gravi perdite anche il turismo.

In un mercato globalizzato le esportazioni africane stanno quindi subendo uno stop che certo non aiuta, e la mera sospensione dei pagamenti dei prestiti non è evidentemente sufficiente: cosa succederà fra qualche mese quando ripartirà l’obbligo di pagamento? Infatti la sospensione per un anno del pagamento dei debiti dei paesi poveri, fra cui quelli africani, consentirà all’Africa un risparmio di 20 miliardi di dollari che potranno essere investiti per contrastare il virus e far ripartire le economie. Ma non va dimenticato che si tratta solo di una dilazione non gratuita e i soldi risparmiati adesso si sommeranno al debito pregresso. Cosa avverrà allora?

Per quanto riguarda la lotta al COVID-19 l’OMS ha promosso un agreement fra le autorità regolatrici e i comitati etici nazionali dei paesi africani con cui tali soggetti si sono accordati per scambiarsi esperienze ed esperti e per la revisione e l’approvazione a livello internazionale di procedure cliniche per la prevenzione, la diagnosi e la cura del corona virus. Fra le grandi difficoltà dell’Africa c’è anche che deve confrontarsi con altre malattie gravissime e diffuse: HIV, tubercolosi (spesso dovuta alla malnutrizione), febbre gialla, colera, malaria – endemica in molte aree – e, forse più grave di tutte, l’Ebola, anche se questa si manifesta in aree più ristrette.

L’Unione Europea ha deciso di sbloccare 15 miliardi, la maggior parte dei quali saranno destinati all’Africa. Ma anche questa è «carità pelosa»: l’Europa teme infatti ha effettuato un tale stanziamento non solo che il suo posto di prestatore sia preso da paesi come Cina e Russia, molto disponibili verso l’Africa, ma soprattutto nuove ondate migratorie che forse non è in grado e certamente non vuole dover gestire. Che la «carità» che stanno facendo i donatori internazionali sia non solo pelosa, ma vera e propria carità (nel senso comune, non in quello teologico) più che aiuto reale è dimostrato se solo si pensi che i 20 miliardi di dollari di risparmio per la dilazione sul prestito della troika – temporaneo e a caro prezzo successivo – e 15 miliardi di euro di prestito europeo sono solo una goccia nel mare per l’Africa, confrontati ad esempio con l’Italia, che ha stanziato, solo per il primo momento dell’emergenza, 25 miliardi e ne ha annunciati almeno altri 50 oltre al programma di un nuovo quantitative easing (ovvero acquisto da parte della BCE dei titoli di stato europei su mercati secondari) di una grandezza tra i 500 e i 700 miliardi di euro.

È evidente che la priorità adesso per tutte le autorità sanitarie nazionali africane deve essere quella del salvataggio delle vite umane e assicurare i mezzi di sussistenza delle popolazioni, ma non vi è dubbio che fin d’ora debbano essere prese in considerazione le conseguenze delle scelte economiche e sociali che vengono fatte. Il continente africano non può e non deve restare nelle mani di speculatori e sfruttatori, che siano governi stranieri, organizzazioni internazionali o multinazionali. I modi per uscire da tale sudditanza ci sono, l’Africa è un continente ancora ricchissimo di materie prime e potenzialità, nonostante lo sfruttamento coloniale, quello del neocolonialismo economico e la rapacità delle multinazionali. L’ostacolo principale però è ancora dato dalla scarsa credibilità di molti governi africani e dallo stato di sudditanza in cui è tenuta la popolazione a causa della ancora troppo scarsa diffusione dell’istruzione superiore, unico strumento che consentirà ai popoli di sviluppare capacità critiche e di evolvere verso sistemi democratici che consentano alla popolazione scelte consapevoli. In questa direzione perciò dovranno essere diretti gli aiuti, quelli veri, di chi ama e rispetta l’Africa e i suoi popoli.

Marta Torcini

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