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RELIGIOSI. LIBERAMENTE

Professare apertamente la fede è uno straordinario privilegio. Per la maggioranza delle persone nate e abitanti da sempre in stati di diritto rappresenta un dato scontato, a cui non si fa nemmeno caso. Per gli studiosi e gli appassionati è un argomento insondabile, dalle ramificazioni multiple, che spaziano dalla teologia al diritto, dall’antropologia alla sociologia e così via. Nella pratica quotidiana fa parte della preziosa opportunità di manifestarsi per quello che si è, in tranquillità. Nei giorni del distanziamento sociale e del contenimento dal contagio del virus le politiche dei diversi stati sono intervenuti regolamentando questo diritto, alcuni governi lo hanno ristretto, altri lo hanno praticamente sospeso. E, a tal proposito, la ricerca di un sociologo dell’università inglese di Portsmouth, Alexis Artaud de la Ferrière, è partita constatando che le politiche europee hanno assunto posizioni differenti rispetto alla possibilità di frequentare o meno, e, eventualmente, in che in forma, i luoghi di culto. Ha individuato quattro livelli di restrizione. Successivamente ha incrociato le misure adottate con il livello di secolarizzazione, la percentuale media di praticanti settimanali e il tipo di democrazia dei rispettivi paesi e ha rilevato conclusioni diverse. I paesi, dove in epoca moderna la religiosità si è maggiormente ristretta alla sfera privata, sono quelli in cui oggi i fedeli soffrono meno ristrettezze circa la pratica ai tempi del covid. In effetti, non è poi così strana tale combinazione: nei paesi europei con il numero più alto di praticanti settimanali i governi hanno imposto restrizioni più severe.

Il dubbio più inquietante, però, non riguarda tanto le misure straordinarie avocate dai governi in nome della salute pubblica in questo momento, quanto l’evoluzione della situazione. Prospettandosi tempi
abbastanza lunghi, sia per l’azzeramento dei contagi, sia per la produzione di un vaccino, sia per l’applicazione di un protocollo terapeutico specifico ed efficace, che scenario si prospetta? Una revisione di fatto della libertà religiosa? Per quanto la nostra mentalità, abbastanza secolarizzata, ci impedisca di prendere sul serio una simile preoccupazione, il problema c’è. Non potendo, però, aggiungere molto in merito, in quanto viviamo effettivamente in emergenza a tanti livelli ed è difficile prevedere tempi e situazioni, conviene scegliere altri punti di osservazione. Quando si parla di questa libertà, garantita dalle costituzioni di molti stati, dalla dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e dalla convenzione europea dei diritti dell’uomo, spesso la si contrappone alla sua negazione in contesti dove non è riconosciuta. E questi casi diventano facilmente lo scenario di persecuzione e martirio. La situazione attuale sta mostrando, invece, un altro aspetto, promettente, stimolante e sorprendente. Proviamo a guardare da un altro punto di vista all’emergenza religiosa, scaturita dall’emergenza sanitaria.

Quando nasce una religione
Molte religioni sono nate come voce, parola viva comunicata dall’ispiratore. Se fossero rimaste tali, non sarebbero sopravvissute. Per questo occorre sempre una sistematizzazione. L’organizzazione successiva e necessaria dà forma a quel messaggio originario e lo propone come sistema che produce senso. Questa organizzazione, che caratterizza le fasi, le stratificazioni successive al periodo della parola viva comunicata dal fondatore, va incontro al processo definito dal grande sociologo Max Weber istituzionalizzazione del carisma. Il primo tempo, quello in cui è presente e opera il fondatore, raccoglie un suo primo uditorio, va formando una catena di trasmissione. In questo ambito quel messaggio originario assume particolare importanza. E i primi, che lo ricevono, inaugurano il processo di sistematizzazione,elaborando una riflessione, in cui è d’obbligo la fedeltà a quanto ricevuto. Le considerazioni incipienti assumono un notevole impegno, non soltanto nei confronti della memoria, ma anche dell’identità del primo nucleo di adepti. Quella prima registrazione di fatti e parole è tanto più fedele al fondatore quanto più si rivela condivisa nel primo nucleo. In tal senso, solo nell’insieme una religione trova la sua forma. I due termini, memoria e identità, diventano così speculari, procedono congiuntamente. Perciò alla domanda: che cosa ha veramente detto il fondatore? Si aggiunge: Noi chi siamo e come ci chiamiamo? Anche questa fase, da sola, non garantisce futuro al messaggio, in vista del quale è indispensabile il come della fedeltà. Il passaggio dalla oralità alla scrittura risponde spesso a questa esigenza. Il fondatore viene meno, e, dopo di lui, anche i suoi primi seguaci. Il messaggio deve trovare un supporto più stabile per essere trasmesso, anche in mancanza di una linea diretta di propagazione. La scrittura argina anche i conflitti di memoria che inevitabilmente sorgono nel gruppo durante la successione. Quella memoria condivisa, sistematizzata, che, una volta fissata, ha autorevolezza, viene letta e commentata, nutre gradualmente i discepoli e li costituisce in un soggetto plurale. Perché la credenza raggiunga la fisionomia del sistema, ogni gruppo deve stabilire al proprio interno i meccanismi dell’autorità. In assenza della guida carismatica del fondatore bisogna stabilire i criteri che legittimino alcuni membri a guidare il gruppo, a prendere le decisioni. Le guide spirituali delle religioni definiscono per la gran parte anche il linguaggio religioso. Inoltre, per assicurarsi l’avvenire, il nucleo di credenti deve comunicare il messaggio, che lo anima, studiando le modalità della sua presentazione, in modo da attrarre nuove adesioni. Parallelamente il medesimo processo va introiettato, perché i credenti non dimentichino i motivi fondamentali, che li tengono uniti. Carisma, fedeltà e organizzazione sono le fasi descritte dal teologo Ernst Troeltsch. Proprio la mancanza di sistemazione, tipica del messaggio religioso ai suoi albori, era definito da Max Weber carisma antieconomico del fondatore. La continua stratificazione connaturata al messaggio religioso, al suo essere-nel-tempo, determina esiti così diversi, in ogni grande religione, pur partendo dagli stessi presupposti. Negli anni, tracciando e ricalcando questi solchi, la religione diventa un sistema dotato di senso, comunicabile e fondato con una certa stabilità. Non è mai da confondere, però, con una
codificazione fissa. In quanto dinamico per sua natura, il sistema religioso, pur stabilito nei suoi presupposti, esprime continuamente una tensione nella relazione fra messaggio originario e le espressioni che ha generato e fra religioni e gli ambienti con cui interagisce. Nel religioso in quanto tale è racchiuso un genio artistico, soffocarlo significherebbe sopprimere la zona vivace della sua anima. Il religioso è creativo per natura. E non è creativo soltanto teologicamente, ma anche sociologicamente, nel generare forme di socializzazione sempre più adatte al contesto in questione. Anche se in ambienti, in cui la codificazione è particolarmente rigida o saldamente stretta nelle mani di un gruppo limitato, questa qualità può essere inibita, tanto da rimanere inattiva. Ciò non può cancellare il fatto che il religioso, in quanto animato dallo e nello spirito, custodisce in sé un forte principio di autonomia. E questa necessita regolarmente del confronto da un lato con la scaturigine prima del messaggio originario, dall’altro con le condizioni che la storia propone e che sono sempre uniche. E così ogni religione prosegue il proprio cammino, continuando a generare infiniti effetti sull’ambiente e ricevendone altrettanti stimoli, talvolta tanto forti da indurre una revisione e un ricollocamento dei confini simbolici della religione stessa. Fondamentalmente ogni soggetto religioso tende alla stabilità e alla compattezza per garantire a se stesso la sopravvivenza. Spesso ciò diventa sinonimo di uniformità e marginalizzazione delle differenze e delle novità.

L’epoca dei pellegrini
Negli ultimi decenni assistiamo sempre di più alla diaspora del sacro. E’ un tempo assetato di sacro e, contemporaneamente, errante, pellegrino, sulle tracce di esperienze intense, anche diverse fra loro, provenienti da radici diverse. Ciascuno compone il quadro a modo suo. Si tratta di una vivacità interessante, che è definita spesso spiritualità, una macro categoria che non disdegna nessuno e che è complesso specificare, talvolta anche da trovare. Oggi è il tempo in cui si lascia trovare. Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino (Is 55,6). E’ un sacro multiforme, che scorre fluido lungo tanti rivoli, carico di sensibilità molteplici e diverse. Nelle sintesi, che compone, appare talvolta distante, se non contraddittorio, rispetto alle forme codificate del sacro e riconoscibili nelle istituzioni. Interpella e segnala. Lascia emergere una fisionomia del credente molto vicina al libero cercatore, il pellegrino, disponibile a tracciare percorsi e mappe. Magari la pratica tradizionale può non essere osservata, ma i grandi raduni sono accorsati, i corsi di meditazione si moltiplicano, molti predicatori sono ascoltati attraverso i canali virtuali, a prescindere dalla condivisione della stessa tradizione. Il credente di oggi è sempre più nomade e pellegrino. Ciò implicitamente pone degli interrogativi alle istituzioni religiose, ma in se stesso rappresenta il segnale vivente dello straordinario vigore spirituale del nostro tempo. Analizzando il ciclo vitale di una religione, secondo i criteri della stabilità, della compattezza, dell’uniformità, ovviamente la tendenza gitana vira in direzione opposta. Agisce in ordine sparso, ma con invidiabile capillarità.

Nella attuale unicità della situazione di emergenza anche religiosa questo fenomeno in qualche modo può riversare le sue qualità nel serbatoio comune della spiritualità umana. Ma come avverrà?

Līla – Tutto è gioco
Se per scelta proviamo a prendere le distanze dal lato difficoltoso e drammatico dell’emergenza in atto e ci assestiamo su di una posizione diversa, possiamo incrociare la tipica lettura del divino e del mondo umano che ci comunicano i sacri testi indiani. Līla è una parola-concetto, che in sanscrito significa gioco. La manifestazione del divino è intesa come un gioco, ma lo stesso mondo è considerato come la stanza dei giochi. Considerare il divino come un bimbo intento a giocare non va confuso con alcuna lettura drammatica o grottesca, che possa far coincidere il gioco con un prendersi gioco dell’uomo. Indica, piuttosto, che il divino non muove i fili con l’astuzia di un’intenzione egoistica, non è teso ad affermare se stesso, ad espandersi. La sua azione è innocente e trasparente, non è stabilita da una necessità. Il divino, che si esprime attraverso le sue molteplici, naturali benedizioni sul mondo, gioca continuamente, proprio grazie alla sua libertà. Questa gli consente di cambiare forma, di interagire in tanti modi con gli esseri umani. E questi sono coinvolti nel gioco cosmico, sebbene non godano dello stesso grado di libertà, perché conoscono la necessità, e non siano in grado di intuire chiaramente, nel gioco delle azioni, il divino, a causa del velo di illusione che condiziona la vista della loro mente, almeno fino a quando la loro visione, adeguatamente allenata, non raggiunga il giusto livello di nitidezza. Egli non ha motivo di essere. Allo stesso modo il mondo è semplicemente un suo gioco (Brahmasutra 1,32-33). La realtà fenomenica, in virtù di questo gioco, conosce molti periodi di emanazione, altri di latenza, cui seguono altre emanazioni. Se l’azione del divino, spontanea e disinteressata, è paragonabile allo zampillio dell’acqua di una fontana, altrettanto si può dire della spiritualità postmoderna. Come si possono leggere oggi queste interazioni, in una fase, almeno apparente, di latenza di numerosi fenomeni cui siamo abituati?

Tracce e dissolvenze
In questo gioco, dove alcune forme emergono, altre si dissolvono, ma forse torneranno, possiamo trovare corrispondenze con quanto stiamo sperimentando, specialmente con riferimento alla pratica religiosa. Le
funzioni pubbliche sono sospese, tutti gli appuntamenti comunitari rinviati a data da destinarsi o annullati. Le relazioni comuni sono sottoposte alla prova del sospetto. Le fisionomie dei volti sono spesso mascherate per i motivi che conosciamo. Sì, forse è l’ora del sepolcro e dell’attesa. Forse è il momento dell’apnea. Impediti a esprimere la fede nello stile più condiviso e tradizionale, in questo gioco di vedo/non vedo, non si apre forse il campo all’estro, tanto diffuso e caro allo spirito del tempo? Se la forma istituzionale è, almeno in parte, dissolta o affidata ai canali virtuali, alla realtà non resta che lo spirito. E lo spirito è la sostanza più libera che c’è. E’ libero di sperimentare, non conosce frontiere di nessun genere. Mentre si trattiene il respiro, immergendosi nello spirito, si mettono a fuoco le meraviglie dei fondali. Questo oceano sconfinato esercita un potere calmante, raccoglie in un suono più basso, anch’esso diverso dalle solite frequenze. Il respiro trattenuto incontra per un po’ il respiro interrotto, ricorda l’immersione nelle acque del battesimo, l’unione alla morte di Cristo. L’apostolo Paolo lo spiega anche così: … quando avete ricevuto il battesimo, siete stati sepolti insieme con Cristo e con lui siete risuscitati, perché avete creduto nella potenza di Dio che ha risuscitato Cristo dalla morte (Col 2,11-12). Nella dissolvenza inaspettata, improvvisa, delle espressioni solite e congregazionali della religiosità, si è spalancata la strada a una lunga immersione. Per imparare a trattenere il respiro, però, il sub si deve esercitare e deve contare per quanti secondi la prova riesce, e poi deve contare i battiti del cuore e tutto questo per resistere in immersione sempre un po’ di più. Recita il Salmo (90,12): Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio. Dovremmo contare i giorni, e quali? Quelli che mancano alla realizzazione dei nostri desideri? Se almeno disponessimo di una data! Quelli che sono trascorsi da quando siamo in apnea? O forse dovremmo contare e basta, riconoscerne e leggerne le tracce, i segni dei tempi. La vita sottacqua è molto diversa, assegna una percezione diversa al peso. E poi i fondali potrebbero svelare reperti del passato, smascherare o comprovare miti, spingere a superare i limiti convenzionali, come le mitiche colonne d’Ercole. Assunta questa prospettiva, sembra proprio che per i credenti stile pellegrino, cercatori autonomi, annunciatori in solitario, si sia aperta un’autostrada. Ci sentiamo più precari e fragili che mai, perché tutto ondeggia fuori e forse anche dentro di noi. Eppure seguire questa corrente può condurre ad accogliere un’interpellanza dello spirito, fortemente presente sottotraccia da tanto tempo, potente e calda come magma vulcanica. In questo gioco di parvenza e latenza è un po’ come ascoltare una voce d’incoraggiamento o di pungolo: dimostra che cosa sai fare!

Quali percorsi si apriranno, come sarà il ritorno, se ci sarà. I canali virtuali, che connettono con tutto il mondo e con l’universo delle religioni, rimarranno percorribili, quanto saranno cercati dopo? L’assenza degli appuntamenti in presenza ha potenziato la scelta. Associazioni e denominazioni hanno dato vita a tante forme creative di annuncio, talvolta, paradossalmente, più vicine e coinvolgenti di quelle frequentate abitualmente in presenza. Domani che sarà di questo spirito che ha ricevuto la licenza di ribellione? E di questa libertà religiosa acquisita di fatto sul campo? Tornerà ad assopirsi? Rifiuterà le guide della vita prima del virus? Combinerà insieme le due cose? E come, se sì? Se potremo riemergere e non avremo più bisogno di trattenere il respiro sott’acqua, non ci troveremo con lo stesso panorama di prima. E chi si occupa di pastorale dovrà diventare anche un po’ rabdomante. Leggere i segni dei tempi comprenderà anche questo, rendersi conto dove quell’acqua sarà andata a nascondersi per capire quanta vita vi scorre e come può entrare in circolo.

Nell’intreccio giocoso fra umano e divino, ci siamo inaspettatamente ritrovati con tanto spazio da inventare, con tanta libertà da investire, giocando nello spirito. Ci siamo trovati magari di fronte a un altro aspetto di noi stessi, mai emerso in precedenza.La libertà non è sempre, né per tutti, la più invidiabile delle condizioni. Può far venire le vertigini, può suscitare paura. Se c’è, si è come di fronte a uno specchio, non si può addossare la responsabilità ad altri che a sé. Ognuno potrà dire il suo esame come è andato. Stavolta non ci sono né rabbini, né vescovi, né preti, né pastori, né imam, né fedeli laici da biasimare. Stavolta si è religiosi, se lo si è. E liberamente.

Ada Prisco

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