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THE MOSQUE IS A SAFE PLACE – IL BISOGNO DI SENTIRSI AL SICURO

La moschea è un posto sicuro. Una frase breve e potente pronunciata a fine marzo 2020 da un fedele per giustificare la sua partecipazione alla preghiera islamica del venerdì in tempi di pandemia. A Islamabad, la sua città, autorità civili e religiose dibattono circa la chiusura dei luoghi di culto. Si sa che in tutto il mondo, anche nei luoghi sacri dell’islam, ogni punto di aggregazione è stato chiuso, ogni appuntamento, anche religioso, sospeso. In Pakistan se ne sta ancora discutendo. Gli esperti in epidemiologia criticano negativamente questo indugio, ne elencano i probabili rischi nel futuro. Il governo ha invitato le guide spirituali sunnite e sciite ad annullare gli appuntamenti della preghiera comunitaria. E questi hanno rifiutato, almeno per il momento. Secondo quanto riferito da Deutsche Welle, molti pakistani non ritengono sufficiente pregare nelle case, perché la religione è più importante di qualunque altra cosa. Da settimane si parla incessantemente delle misure di contrasto all’epidemia attuabili adesso. E non è certamente l’aspetto che necessita di essere approfondito. Catturano molto di più le parole del gestore di un chiosco: La moschea è un posto sicuro. Io non ho paura del coronavirus.

Il luogo di culto è vissuto come più sicuro anche della propria casa. Che tipo di sicurezza infonde la fede? Che cosa comunica il credente, al di là delle dottrine confessate, quando parla di sicurezza? Anche se andassi per la valle più buia, di nulla avrei paura, perché tu resti al mio fianco, il tuo bastone mi dà sicurezza, recita il salmo biblico (23,4).

Religiosità e costruzione del centro
L’antropologia religiosa documenta che nelle primordiali rappresentazioni del microcosmo compaiono l’albero, l’acqua e l’altare. Questi simboli costruiscono l’idea del centro. Anticamente i templi erano eretti in luoghi considerati come il centro del mondo. La collocazione di un luogo sacro è da sempre oggetto di studio. L’oriente, il versante da cui sorge il sole, è la direzione cui il religioso in genere riserva attenzione. La ricerca del centro è una costante. Esprime la profonda esigenza dell’essere umano di sentirsi al centro. Entrando oggi in un luogo di culto di qualunque denominazione, acqua, albero e altare si presentano sotto forme diverse. Nel tempo le espressioni religiose si stratificano e si specificano. La ricostituzione di quel centro, però, non manca mai, anche se i percorsi per restaurarlo sostituiscono i precedenti, che, per qualunque ragione, vanno perdendo aderenza. E ciò avviene man mano che quei riferimenti primordiali si amalgamano con le teologie. E, soprattutto, questa trasformazione si evolve adattandosi gradualmente all’homo religiosus. I simboli prima riconosciuti in natura, poi realizzati in architettura, sono destinati a introiettarsi. Come il tempio esprime il fondamento, i confini e lo slancio che l’essere finito trova nel divino, così la costruzione del tempio è destinata a diventare spirito. Questa corrispondenza va avanti continuamente, disegnando come tante proiezioni ortogonali. Certo, il risultato personale è tagliato sulle circostanze, può andare dalla capanna di fortuna al tempio più maestoso. Ogni credente, però, è instancabile costruttore di se stesso come tempio interiore. Alcuni testi sacri di Sanathana Dharma esprimono bene e in forma poetica questa realtà: … come è esteso questo spazio [esterno], altrettanto lo è questo spazio all’interno del cuore. Al suo interno … trovano posto … il cielo e la terra … non viene deteriorato … né viene ucciso … Questo è la vera cittadella del Brahman. … Questo è l’atman … coloro i quali si dipartono avendo qui realizzato l’atman e i veri desideri, costoro avranno la libertà di movimento in tutti i mondi (Chandogya Upanisad, 8.1.3, 5-6). Accenno finale del passo al destino ultimo smaschera l’aspirazione profonda del rapporto fra tempio fatto di pietre e tempio spirituale, e cioè il superamento di ogni confine. Molto interessante è la descrizione del tempio nella Gerusalemme celeste, così come esposto dal libro biblico dell’Apocalisse (21, 22): Non vidi nessun santuario nella città, perché il Signore Dio Onnipotente e l’Agnello sono il suo santuario. Non ci sono più confini, le alternanze luce e buio non servono più, la comunione è accolta nella totalità delle sue dimensioni. E in questa comunione si respira pace, ci si sente veramente al sicuro.

Forse in queste settimane di sospensioni, pressoché totali, delle attività pubbliche di culto, ci è dato di anticipare la Gerusalemme celeste?

Questi giorni sono per gli ebrei quelli di Pesach, per i cristiani cattolici e protestanti preludono alla Pasqua. Fra qualche settimana sarà Pasqua anche per gli ortodossi e i musulmani celebreranno l’inizio di Ramadan. Durante il Seder di Pesach i bambini chiedono al papà: Perché questa notte è diversa da tutte le altre notti? Quest’anno sarà per tutti diverso da tutti gli altri anni. E il motivo potrebbe essere che tutti devono restaurare il proprio centro, acqua, albero e altare.

Come te nessuno mai
Il bello della fede religiosa, qualunque sia la sua tradizione, è che non potrebbe mai peccare di plagio, non esistono copie conformi. Ogni religione ha i suoi modelli, li custodisce e li fa conoscere di generazione in generazione attraverso la tradizione. Sono fonti perenni e insostituibili di ispirazione, ma chiedono di integrarsi con un’altra immagine, molto eloquente, sviluppata in modo analogo in contesti sacri diversi, quella della via, il dao. E il cammino dell’uno non corrisponde mai al cammino dell’altro, nemmeno del caso dei gemelli. Anche rispetto ai modelli i credenti devono cogliere l’aspetto dell’interiorità, del criterio guida, dell’essenziale. E le teologie intervengono sui modelli proprio per snocciolarne ed esporne le qualità. Pensiamo alla mole di produzione teologica riguardo al Buddha storico, circa Gesù, sul profeta Muhammad, ecc. L’apostolo Paolo ricorre più volte alla categoria dell’imitazione, e, in un luogo (1Cor 11,1) afferma: Diventate miei imitatori come io lo sono di Cristo. Si può intendere l’intenzione di queste parole e persino scorgere nell’imitazione un’opera irripetibile d’ingegno.

Non si tratta di solipsismo, nemmeno in clausura o nelle espressioni eremitiche di meditazione. E non lo è nemmeno durante la quarantena. L’interpellanza più ardua da accogliere probabilmente è in questo
intreccio inedito fra le ispirazioni del modello, la situazione e, nel mezzo, il criterio, che li collega, e che rimane il tratto originale di ciascuno. A riunire il tutto è lo stesso orizzonte di senso, ampio, e, per definizione, sempre dinanzi, mai posseduto, né angusto. In questa continuità fluida, dinamica, s’inscrive una specie di continua voce personale. Si può definire culto spirituale. E’ una voce, che, in fondo, parla continuamente nell’esperienza di fede. Solo che nella normalità, specialmente quando si è abituati alla pratica comunitaria, è una voce che confluisce con tutte le altre, e, che a volte tace, per pigrizia, affidamento, o altro. E’ una sorta di suono abituale, così abituale che resta spesso in sordina. Naturalmente assume un volume più alto nella quotidianità di quanti coltivano la vita dello spirito con dedizione. Può essere anche una novità fare le prove da solista per chi è abituato a cantare sempre nel coro. Nessun timbro è perfettamente uguale all’altro.

Oasi o esilio
Sullo sfondo resta l’appartenenza, il contatto diretto. L’afflato profetico dell’azione religiosa riserva sempre una buona attenzione al sociale. Sogna e tesse una comunità. E questa resta sempre sullo sfondo. E’ assimilabile alla famiglia, per alcuni gruppi religiosi precede anche i legami naturali. La comunità è sempre interlocutrice e grembo del credente. S’instaura un particolare legame affettivo anche con i luoghi della fede, con la memoria collegata alle esperienze vissute, agli incontri. Il tempio non è solo il luogo per eccellenza, in cui incontrarsi con il divino. E’ anche uno straordinario centro di aggregazione, in cui incontrarsi con tanti altri. Non soltanto il rifugio in Dio, ma anche l’esperienza del corpo infonde sicurezza. Le esperienze sono varie, e le distanze forzate possono far emergere sensazioni diverse. In certi casi ci si può sentire persino liberati da oppressioni dovute ai motivi più disparati. In certi altri casi, specialmente in corrispondenza di tempi liturgici forti, si può sperimentare qualcosa di simile all’esilio. Nella ricostruzione del centro, adattato alle circostanze del tempo presente, così è necessario introiettare in forme nuove anche l’aspetto comunitario, del quale oggi si è depauperati fisicamente. Anzi la stagione della separazione può rappresentare il tempo di raccoglimento del deserto, nel quale i legami interpersonali possono manifestare più chiaramente il loro valore. Le trame affettive rientrano nella struttura portante di quella invisibile pellicola di conforto che ci fa sentire al sicuro.

Tempio vivente
Il fedele che instaura un rapporto tale con Dio da essere sempre aperto a lui nei fatti diventa un tempio della sua presenza. A questo livello di profondità la sensazione di sicurezza, quella che fa sentire protetti dal male, come quando si chiude la porta di casa, se in casa si sta bene, si conquista non lasciandosi separare da Dio. E la comunione con lui trova forme antiche e nuove. L’apostolo Paolo incoraggia a sperimentare se stessi come tempio in cui Dio abita per mezzo dello Spirito (Ef 2,22). La relazione è ridotta all’osso, porta la creatura a guardare dritto in Dio, gli affida i propri timori, rimanendo nella postura ideale della psi, la lettera greca che è la sagoma di un calice ed è tagliata a metà da un’asta, in cui possiamo riconoscere il tramite fra i due livelli, umano e divino, terrestre e celeste, della parola comune che diventa rito nello spirito e continuamente. L’attenzione non si distoglie da Dio. L’interiorità diventa la cella da cui rivolgersi a Dio. E il valore della preghiera sincera assume lo stesso valore del sacrificio e del rito comunitario, nell’attesa che si possa tornare a celebrare. I testi sacri e le tradizioni nelle loro diversità narrano di un Dio che raggiunge chiunque ovunque. Nel Corano (2,115) si legge: A Dio appartengono l’oriente e l’occidente, ovunque vi rivolgiate lì è il volto di Dio… Anche se nella pratica è raccomandato voltarsi in direzione della Mecca, non è a Dio che serve, non è questo che può dare o sottrarre valore alla preghiera. Se anche la bussola indichi la qibla, la direzione, sbagliata, non invaliderà la preghiera, perché Dio non si fa trovare soltanto voltandosi verso Est, ma ovunque. Nella forma possibile oggi di culto si è chiamati a corrispondergli in una modalità più simile a questa sua caratteristica. Nella sura coranica della luce (24, 35) i commentatori hanno letto un’allusione al cuore del credente paragonato a una nicchia in cui c’è una lampada… Dio guida alla sua luce. Illuminato dalla fede, il fedele è in grado di rivolgersi a Dio che è Luce su luce. Che cosa fa sentire più sicuri della luce, tanto più se è dentro di sé?

Weness – Noità
Può far sentire più sicuri di una luce interiore la luce più forte che proviene da molte luci messe insieme. Quando si pensa al luogo di culto che si frequenta maggiormente, facilmente riaffiorano alla mente immagini collettive, è l’esperienza dell’appartenenza religiosa come corpo. Quest’immagine è cara a Paolo, che, a sua volta, la riprende dalla storia romana. Cristo è come un corpo che ha molte parti. Tutte le parti, anche se sono molte, formano un unico corpo. E tutti noi credenti, schiavi o liberi, di origine ebraica o pagana, siamo stati battezzati con lo stesso Spirito per formare un solo corpo… (1Cor 12, 12-13). La stessa metafora è accolta nei detti del Profeta: I credenti, nel loro amore, misericordia e benevolenza gli uni con gli altri, sono come un corpo: se una parte è malata, il corpo intero condivide l’insonnia e la febbre (Muslim 2586; Al-Bukhari 6011). Popolo è la categoria che descrive Israele fin dalla promessa ad Abramo. Lo stesso nome è messaggero della promessa: Il tuo nome non sarà più Abram, ma Abramo, perché io ti stabilisco come padre di molti popoli (Gen 17, 5).

Ogni comunità religiosa nel tempo definisce e ridefinisce i propri confini rispetto a se stessa, alle proprie credenze, ai propri codici di comportamento, e, all’esterno, rispetto agli altri. Quando, ad esempio, i cristiani di diverse denominazioni si confrontano sulla partecipazione alla Cena, s’interrogano su confini che, a loro volta, intersecano argomenti teologici di notevole rilevanza. Quando in una comunità di fede si stabiliscono le condizioni per decidere, ad esempio, chi sia legittimamente investito dell’autorità di predicare durante un rito, si definisce un confine anche interno, fra i membri della stessa comunità. Stabilire chi possa entrare nel proprio luogo di culto e a quali condizioni significa tracciare un confine. Chi può entrare in questo luogo così santo e caro da far sentire quel devoto musulmano al sicuro persino dalla malattia? Sembra di sentire le parole del salmo, che rivolge a Dio la stessa domanda, investigando quali siano i suoi … confini: Chi è degno di salire al monte del Signore? Che entrerà nel suo santuario? (Sal 24,3). E nel santuario richiesto dai nostri tempi, non fatto di pietre, ma comunque da costruire e ricostruire, forse per tanti troppo velocemente, come quei reparti allestiti fuori dagli ospedali con tendoni da campo, in questo santuario quali confini vogliamo tracciare?

Il principe El Hassan Bin Talal di Giordania ha diffuso in questi giorni la sua riflessione sull’emergenza planetaria dovuta alla pandemia. Parla di resilienza, di pazienza e auspica l’irrobustimento dello spirito collettivo, che chiama weness, noità, che permette al globale di superare e anche di includere l’individuale, convogliando gli sforzi, superando le differenze fra giovani e anziani, etnie, razze e credenze. Le comunità di fede di ogni denominazione si stanno organizzando in modi simili in queste settimane, stanno fronteggiando la stessa minaccia, mettendo in campo le proprie risorse spirituali. Le spiritualità millenarie e anche quelle più recenti possono contribuire alla fondazione antica e nuova di un santuario diverso dal solito, forse più abile a mettere in sicurezza dall’autosufficienza. Può essere questa l’occasione per accogliere a un livello più profondo e aderente alla realtà la spiritualità del dialogo interreligioso, edificarsi in un santuario, sì interiore e personale, ma dai confini aperti in entrata e in uscita nella logica del dono e dell’ospitalità.

Ci si può abituare a pensare che chi prega, comunque chiami e pensi il divino, rafforza tutte le membra malconce dell’umanità. Quel sacrificio spirituale offerto come comunione in Dio può infondere, diffondere quella sensazione di sicurezza espressa con spontaneità dal venditore di Islamabad. Può immaginare che la preghiera tanto più protegge quanto meno esclude. Un noto mito indiano (Bhāgavata Purāṇa 10, 24, 35) mostra che, quando Indra scatena una terribile tempesta, Krishna solleva la collina di Govardhana perché tutti trovino riparo sotto di essa, come fosse l’enorme cappello di un fungo.

Questo nostro santuario d’emergenza, anche nello stile della tenda da campo, fatto di fede e noità, se debitamente curato, potrà piantare fondamenta solide ed essere il giusto e accogliente riparo per tutti,
tanto da poter dire anche domani: è un posto sicuro, io non ho paura.

Ada Prisco

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