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AI PIEDI DEI CILIEGI IN FIORE

Hanami in Giappone è il nome della festa che saluta la primavera. Il suo nome significa alla lettera contemplare i fiori. I fiori sono per questa circostanza quelli del ciliegio. Rappresentano un evento da cogliere nella sua durata, breve e intensa. Il meteo nazionale avvisa sui tempi. E il preciso momento in cui quest’albero leggendario si riveste di boccioli può valere anche l’interruzione delle attività abituali. Se dalla finestra si nota che il lieto evento si è compiuto, non è insolito, ad esempio, interrompere le proprie faccende per radunarsi ai piedi del ciliegio e mirarne lo splendore.

Nel Paese del Sol Levante sono proprio questi i giorni di Hanami. Quanto potrebbe servire oggi sedersi ai piedi dei ciliegi in fiore e riempirsi gli occhi della loro maestà. Quanto potrebbe servire agli animi più stanchi e annoiati, quelli che, specialmente in queste settimane difficili e strane, tendono al bianco e nero. Certo sarebbe tanto più bello saper apprezzare lo spettacolo degli alberi con la stessa confidenza della terra che li sostiene. Sarebbe più giusto sentirli alitare grazie ai kami che, secondo la spiritualità giapponese shintoista, animano ogni vivente. Forse è impossibile. E’ pur vero che per sua natura la creazione non si sottrae a nessuno, quindi chiunque può sentirsi ammesso al circolo della bellezza dei ciliegi giapponesi. Le famiglie colgono l’occasione di una gita in campagna, organizzano picnic. Suona proprio come una festa di compleanno dei sakura, ovvero dei ciliegi. Il senso della festa, però, non si riduce alla scampagnata.

Vigilare sui ciliegi

I sakura, gli alberi di ciliegio, non sono tipici soltanto del Giappone, ma qui hanno fatto l’incontro della loro vita. L’attenzione della gente del posto è palpitante. La cura verso di loro, verso i tempi di fioritura, è vigile, come si può immaginare sia l’attesa all’esterno di una sala parto. E il desiderio di rinnovare questo incontro di anno in anno fa sì che se ne occupino le trasmissioni del meteo, che le famiglie programmino le loro uscite, che si mettano in cammino per non mancare questo appuntamento ai piedi dei ciliegi. Può sembrare un esercizio di ozio passivo, in realtà è tutt’altro. E’ l’arte di non perdere il filo. E’ mantenersi in armonia da essere vivente in mezzo a tutto ciò che esiste. E’ la capacità di concedere spazio fuori e dentro per esercitarsi a vedere ciò che potrebbe passare inosservato, ad ascoltare ciò che si percepisce solo quando tutto intorno è silenzio. Allena la pace, insegnando a fermarsi perché il fenomeno si manifesti. E’ restituirgli la voce. Tenendo conto delle ovvie differenze di contesto, c’è un’assonanza con questo discorso anche nella Bibbia. Il Signore mi domandò: Geremia, che cosa vedi? Io risposi: Vedo un ramo di mandorlo. Il Signore aggiunse: Hai visto bene, perché anche io vigilo sulla mia parola per realizzarla (Ger 1, 11-12). Qui il testo biblico gioca con la somiglianza in ebraico fra mandorlo e vigilo. Come il mandorlo vigila sulla primavera, così Dio vigila sulla sua Parola per mandarla a effetto. Su qualcosa pure vigila chi entra in sintonia con questi boccioli rosa e bianchi, paragonati alle stelle in questo haiku (breve componimento poetico) loro dedicato dal poeta Yosa Buson: Cadono i fiori di ciliegio sugli specchi d’acqua della risaia: stelle, al chiarore di una notte senza luna.

Mono no aware

Questa espressione giapponese punta lo sguardo al lato nascosto delle cose. Sembra un controsenso, vede l’invisibile. Si sperimenta quando qualcosa penetra silenziosamente l’animo. I caratteri che la compongono in origine parlavano di una cosa che suscita uno stupore positivo. Poi è stata introdotta una sfumatura di struggimento, simile alla malinconia. Si gode dello spettacolo sullo sfondo di una tristezza, che già avvisa della sua transitorietà. L’espressione è tradotta anche con sensibilità alla bellezza. Non si accontenta, però, di un contatto fugace con il bello, sebbene della fugacità sia consapevole. Incontra il bello dove valica i sensi per diventare un’esperienza circolare, vibrante. E’ cogliere la bellezza mentre si fa trovare, non rimanerne indifferente, non lasciarsene escludere. Questa sensibilità ha qualcosa in comune con la protezione, che però guarda da lontano. Non sono boccioli secchi, da conservare tra le pagine di un libro. Sono organismi vitali da contemplare mentre si esibiscono. Sedersi ai piedi del ciliegio è come accomodarsi e ascoltare un concerto di musica, o la declamazione di un testo letterario, è come osservare un bel quadro. Si percepisce una presenza vivente che si esprime con naturale genialità.

Cogli la vita finché c’è

In Giappone c’è un tempio dedicato ai caduti in guerra, Yasukuni-jinja, circondato da ciliegi. I suoi fiori sono tradizionalmente associati, infatti, al guerriero, il bushi. Nella sfumatura rosata dei petali è stato ravvisato il riferimento al sangue: fra i fiori il ciliegio, fra gli uomini il guerriero, si dice. Nella seconda guerra mondiale lo stesso simbolo, con lo stesso significato, diventa l’emblema dei kamikaze.

I sakura in fiore precedono la raccolta del riso, contengono, quindi, un augurio di prosperità, per questo accompagnano feste di nozze, di diplomi e lauree.

La bellezza che attira in maniera vistosa esprime un fascino, assimilato alla bellezza femminile. Sedersi ai piedi dei ciliegi è un po’ lasciarsene sedurre.

Sono molte le varietà del ciliegio, ma perlopiù è caratterizzato da fiori a cinque petali. Diventa un richiamo ai cinque elementi sacri giapponesi, terra, aria, acqua, fuoco e vuoto. E spesso è stato assimilato e interpretato come emblema dal buddhismo, inglobato nei suoi cinque punti cardinali, nord, sud, est, ovest, centro.

Ma questi fiori sono soprattutto simbolo di transitorietà e raccolgono tutto quanto può caratterizzare un passaggio.

Anicca – Impermanenza

Anicca è il termine pali corrispondente al sanscrito anitya, concetto chiave del buddhismo, traducibile con impermanenza. Considerare permanente ciò che non lo è causa dolore. Ogni esistenza, effetto di aggregati, sottoposti, a loro volta, al continuo cambiamento, è fondata sull’impermanenza. Giungere alla chiara visione di tale struttura di fondo della realtà diventa nell’ottica buddhista condizione di purificazione e di salvezza. La sostanza più ardua di questa intuizione riguarda il collegarla a sé, alla propria vita, ai propri affetti, ai propri modi di vedere, alle situazioni, che, in realtà, si vorrebbero determinare e trattenere. L’impermanenza si associa anche alla interdipendenza. Le situazioni sono determinate e determinano combinando fra loro diversi fattori. Tradotto diversamente, non siamo padroni di niente. Possiamo adoperarci molto in una direzione che ci appare la migliore in un dato momento, ma non possiamo stabilirla con certezza, non abbiamo la capacità di mantenerla in essere cristallizzandola. Tutto, noi compresi, è soggetto al continuo mutamento, anche se spesso viviamo come se non ce ne rendessimo conto. Questa presa di coscienza, da un lato straziante, perché ci separa da tutti i nostri assetti, dall’altro può diventare liberante. Se una persona, malgrado reciti poco le Scritture, vive in accordo con il Dhamma, avendo abbandonato l’attaccamento, l’avversione e l’offuscamento, essendo in possesso di una corretta conoscenza, con la mente perfettamente libera, non attaccandosi a ciò che esiste qui o a ciò che verrà, essa prende parte alla vita religiosa (Dhammapada 1.20.20).

Potrebbe affrancare il contemplare l’incanto e contemporaneamente il disincanto della festa di hanami. Sedersi ai piedi dei ciliegi in fiore e riconoscervi riflessa la condizione umana, bella, fragile, inscritta nel cambiamento. A chi voleva imparare a meditare il Buddha raccomandava di osservare il fenomeno nel suo sorgere e nel suo passare. Anicca contiene un nucleo importante dell’insegnamento di Buddha e riguarda ogni genere di fenomeno, anche mentale. Modi di concepire, modi vedere se stessi, concezioni sul divino, giudizi su persone e situazioni, proiezioni nel futuro, tutto è soggetto alla continua trasformazione. Accogliere questo presupposto approfondisce una visione più appropriata della realtà in senso ampio, allena a percepire il vuoto, inteso come lo spazio della possibilità, il luogo in cui avviene incessantemente la trasformazione di ogni cosa e di ogni relazione fra le cose stesse. Annienta in radice la velenosa identificazione di una visione di sé con un ruolo, con una situazione. Tutto si trasforma continuamente. Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, io faccio una cosa nuova, proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? (Is 43, 18-19).

La vocazione alla vita monastica della regina Khema, una bhikkhuni (monaca) buddista fra le più importanti, sorse in maniera inaspettata. Orgogliosa della sua bellezza, rimase sconvolta nell’osservare una giovane donna più attraente di lei accanto al Buddha che era andata ad ascoltare su insistenza di suo marito. Dallo stupore per la perdita del suo preteso primato la regina passò velocemente allo sgomento. Buddha applicò i suoi poteri psichici per materializzare quella figura femminile che Khema vedeva accanto a lui. Successivamente, le consentì una visione più completa della bellezza fisica, rappresentata in quel momento da quella splendida donna. Khema vide che la giovane gradualmente invecchiava, perdeva il suo aspetto precedente, fino a decadere, ridursi a uno scheletro, finire in polvere. Fu così che realizzò quanto fosse illusoria la considerazione che aveva avuta di sé fino a quel momento, quanto falsa fosse l’identificazione con la sua bellezza fisica, quanto fallace si rivelasse la sua stima del bello. Fu così che percepì anicca, dukkha e anatta, cioè impermanenza, sofferenza, impermanenza del sé. Questa nuova percezione della realtà conquistò la regina a tal punto che, con il consenso di suo marito, manifestò il proposito di seguire Buddha, entrando a far parte del sangha, la comunità monastica.

E’ legittimo chiedersi se sia preferibile assumere una prospettiva simile, oppure continuare a vivere ignorandola. Nella prospettiva buddista progredire in questa consapevolezza, attraverso qualunque tipo di
attività quotidiane, mira a sviluppare sati, in giapponese satori, cioè la presenza mentale, percezione piena e attenta rivolta al presente, preparata da silenzio e quiete interiore. Questo risveglio s’identifica con una forma di conoscenza, che però non è puramente mentale, non è intellettuale, non separa soggetto conoscente da oggetto conosciuto.

Come va a finire

Di tante azioni poste in essere si desidera un risultato, ma non lo si può garantire. Di tanti gesti, piccoli e grandi, non si sa come vanno a finire. Non sempre questo dato è facile da accettare. Come su di un tavolo da biliardo o in un campo da golf si vorrebbe sempre mandare la pallina in buca. La consapevolezza che scaturisce dall’impermanenza da un lato favorisce la visione panoramica, dall’alto, paragonabile a quella che si palesa alla regina Khema quando vede sfiorire progressivamente la giovane. Dall’altro lato tende a concentrare ogni energia unicamente sulla forza da esercitare qui e ora. Il dopo è un’altra storia. Anche questo è un esercizio di non attaccamento, compiere un’azione che si reputa giusta, senza pretendere di sapere come andrà a finire, ma sapendo che finirà, che arriverà comunque a con-determinare un esito. Da ogni causa scaturisce uno o più effetti. Stimola a concentrarsi sul tempo presente.

François de Malherbe collegando la vita del fiore all’effimero e giocando con il nome di una bambina scomparsa, in Consolazione a M. Périer, scriveva: Rosa ha vissuto quanto vivono le rose, lo spazio di un
mattino
. E’ inevitabile richiamare alla mente anche Orazio e il celebre invito contenuto nelle sue Odi, carpe diem. L’idea del rimpianto e del cogliere, però, potrebbero sviarci da quella contemplazione che rispetta le distanze. E’ un salto culturale un po’ problematico da compiere. Ci sono delle assonanze, ma le due intuizioni non combaciano del tutto. L’interpellanza del presente non emerge da un agone, non si tratta di non lasciarsi sfuggire l’occasione propizia. Ogni attimo è l’occasione propizia, adesso è il presente, la prestazione non è comparabile tanto a quella dell’atleta pronto a scattare, quanto alla posizione del loto, fiore che sa vivere a contatto con il fango ed è contemporaneamente rivolto al cielo.

Accogliendo nei petali dei fiori del ciliegio il senso dell’impermanenza, possiamo pensare a questo arbusto un po’ come a un albero che manifesta con la sua fioritura l’andamento della vita. Il dinamismo che lo circonda, i festeggiamenti, gli incontri, il valore di cui è attorniato paiono come un concentrato dell’energia che ogni vita mette in campo. Allargando l’inquadratura e distogliendo per un momento l’attenzione dai germogli così effimeri, non possiamo dimenticare che l’albero in sé è ben più solido, ha ben altra memoria, un respiro più ampio in termini cronologici. Anche questi aspetti possono rappresentare chiavi interpretative della vita umana. Quanto avrebbe da raccontare un albero. Certamente la vivacità del colore dei fiori lo contraddistingue ed è in grado di attirare gli sguardi più del tronco, che accomuna grosso modo tutti gli alberi e che può passare inosservato.

Contemplare i ciliegi infonde familiarità con il vivere e familiarità con il morire, una familiarità fatta di semplicità e di un tocco di tenera ingenuità. Al confine fra loro, tutto relativizza l’illusione, tutto guarda drittoall’essenza transeunte. Contemplare fino in fondo i germogli che fioriscono per un tempo così breve significa arrivare fino alla fine e così smascherare anche il timore e l’angoscia della fine inesorabile.

Sembra proprio un’oasi irraggiungibile il ciliegio in fiore, specie nei tempi più incerti. Rappresenta la possibilità di un ristoro, rivolgere gli occhi al bello, al miracolo della natura che continua a generare. Come nell’armonia di un bel quadro si respira una brezza di pace. D’altro canto questa contemplazione è pure un esercizio di audacia perché fa gustare la vita senza separarla dalla morte, dalla certezza che questa esistenza, magica a tal punto da sembrare sostanza di un sogno, vivrà un tempo molto breve. Si accoglie la possibilità per quella che è, in tutto quello che è e ciò crea un tempo di incontro e di allegria. Il giapponese che muore deve necessariamente avere qualcuno che lo accompagna, per non diventare un’anima inquieta. Così analogamente il fiore del ciliegio non muore in solitudine. La comunità festante, che lo ha accolto festeggiandone i natali, lo sostiene quando cala il buio con una apposita festa, detta yozakura, letteralmente notte del ciliegio. Tante lanterne accese fanno sì che i fiori non temano il buio e che si possa continuare ad apprezzare tutto il loro tempo. E’ una devozione totale che sa dedicarsi di giorno e anche quando calano le tenebre. E’ l’invito a goderne in ogni momento possibile, anche se a prezzo di qualche ora di sonno persa.

La possibilità del germoglio

Il germoglio diventa fiore e questi è destinato a perire bambino. Nella velocità in cui i passaggi della sua esistenza si succedono non si colgono soltanto impermanenza, illusione e presente. Portano alla luce la lezione orientale del vuoto, cioè della possibilità. Il germoglio presto sfiorirà, ma l’anno successivo tornerà a colorare luoghi e umori. Dà un appuntamento proiettato nel futuro. Il passaggio da uno stadio all’altro, ripetere il miracolo con periodicità, scandire il tempo umano, diventare occasione di aggregazione concretizza la possibilità del cambiamento, infonde la speranza che un tempo alternativo al presente è realizzabile.

Questo fiore fragile manifesta periodicamente la forza di rinascere per aprire lo spettacolo della purezza e della vita, del candore e della disponibilità ad offrirsi a chiunque voglia ammirarlo. Il ciliegio offre fiori unici alla primavera, da questa accoglie il ritmo ed esprime se stesso per lasciar godere di sé.

Se potessimo distogliere lo sguardo, talvolta eccessivamente fisso su immagini ripetitive, e sedere ai piedi dei ciliegi in fiore per partecipare di giorno a hanami, di notte a yozakura, potremmo accoglierne il messaggio verso una alternativa, una sorta di piano B.

Siamo fermi in quarantena, eppure stiamo compiendo un percorso, ciascuno a suo modo. Ognuno sta mettendo in atto delle strategie di sopravvivenza, talvolta inedite. Questo adattamento più o meno guidato
dallo stato di emergenza guarda da un lato al futuro, al tempo della fine della crisi, dall’altro alla vita di prima. I primi giorni prevaleva una sorta di forza di inerzia che tendeva al noto. Col trascorrere dei giorni, forse qualcuno inizierà a pensare che non ha nessuna voglia di tornare a condurre la sua vita come era prima del virus! Forse molti in questi giorni strani stanno covando non malattie del corpo, ma insofferenze nell’animo. Alcuni ritorneranno senza problemi, magari con più entusiasmo di prima. Quanti, invece, quando potranno, avranno paura di uscire, paura di toccare, di essere toccati. E molti domani, un tempo vicino o lontano che sia, non vorranno più continuare a svolgere la vita di prima. Forse ora si riconoscono più chiaramente oppressi da situazioni affettive, lavorative, abitative che avevano accettato senza molta convinzione, perché nulla aveva mai interrotto il flusso delle loro immagini mentali. La percezione o l’esperienza del lutto sarà simile all’aver contemplato il germoglio che sfiorisce. Non saranno più disponibili a sprecare il loro tempo. E qualcuno magari vorrà goderne in forma più piena rispetto a prima, quando era nell’ignoranza, quando era nell’innocenza di un’infanzia ormai conclusa.

Potremmo provare a sostituite per un po’ il nostro immaginario abituale, qualunque sia, per immaginarci ai piedi dei ciliegi in fiore. Il loro passaggio concentra la mente sulla fine: passa quello che vorremmo trattenere, passa quello che provoca dolore. Eppure è un germoglio che ritorna, attrae, offre una speranza.

Il ciliegio in fiore avvisa che arriva un tempo nuovo e sembra chiedere: tu come puoi diventare nuovo? Quando giungerà questa primavera, te ne accorgerai?

A qualcuno sembrerà un capriccio, a qualcun altro coraggio, a qualcuno forse mancherà il tempo della fioritura, qualcun altro rinuncerà al sonno pur di assorbirlo tutto. Domani quanto sapremo fiorire? Quanto
potremo cambiare?

Per il momento rimaniamo seduti, nella posizione del discepolo, ripensando all’impermanenza di tutte le cose e al poeta Issa. Mondo di sofferenza: eppure i ciliegi sono in fiore.

Ada Prisco

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