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USA: «NIENTE RESPIRATORI PER I DISABILI» IN OLTRE 10 STATI. EUGENETICA DEL XXI SECOLO

WASHINGTON (USA) – Negli Stati Uniti di Trump, l’incombente crisi sanitaria rischia di sfociare in una selezione eugenetica escludendo dalle cure respiratorie disabili e malati cronici. Lo riporta su «Avvenire» Elena Molinari in due articoli pubblicati il 25 e il 27 marzo scorsi con ampia documentazione. «In Tennessee – riferisce la giornalista cattolica – le persone affette da atrofia muscolare spinale verranno «escluse» dalla terapia intensiva. In Minnesota saranno la cirrosi epatica, le malattie polmonari e gli scompensi cardiaci a togliere ai pazienti affetti da Covid-19 il diritto a un respiratore. Il Michigan darà la precedenza ai lavoratori dei servizi essenziali. E nello Stato di Washington, il primo a essere colpito dal coronavirus, così come in quelli di New York, Alabama, Tennessee, Utah, Minnesota, Colorado e Oregon, i medici sono chiamati a valutare il livello di abilità fisica e intellettiva generale prima di intervenire, o meno, per salvare una vita

Definizioni labili – e per questo con un margine di discrezione inaccettabile – che servono a dare mano libero a una vera selezione per razza, opinioni politiche, orientamenti sessuali, fascia di reddito per salvare coloro i quali sono ritenuti necessari al capitalismo. La stessa Molinari racconta che «frasi contenute nelle linee guida di Washington, come «capacità cognitiva», o di Maryland e Pennsylvania, come «disturbo neurologico grave», hanno suscitato l’allarme delle associazioni di difesa dei disabili. Già tre gruppi (Disability Rights Washington, Self-Advocates in Leadership, The Arc of the United States) hanno fatto causa allo Stato di Washington per impedire l’entrata in vigore dei criteri per l’accesso alle cure salvavita per il Covid-19

File:Josef Mengele, Auschwitz. Album Höcker (cropped).jpg
Josef Mengele

Scelte, diciamo noi, che hanno fatto orrore nel XX secolo e che rischia di trasformare i medici statunitensi del XXI in nuovi Mengele, colui che nel campo di concentramento di Auschwitz decideva chi dovesse vivere e chi morire e chi dovesse sottoporsi a dolorosi esperimenti scientifici invocando la morte. E come non pensare all’«Aktion T4», il programma di eutanesia nazista che intendeva sopprimere ogni «vita indegna di essere vissuta» ovvero i malati psichiatrici, i pazienti con malattie genetiche incurabili (ad esempio la sindrome di Down) e massacrò quasi trecentomila persone?

A quando i malati di diabete, di HIV o di depressione? Non sarebbe forse opportuno per tutti, USA in testa, ripensare profondamente il ruolo della sanità pubblica e dello Stato in generale? O forse questo ha troppo l’odore di socialismo?

«Al di là dei singoli documenti, negli Stati Uniti – prosegue la giornalista – che cercano di prepararsi all’insufficienza di letti di terapia intensiva, si è già affermato un altro principio inquietante per i più vulnerabili. Si tratta della “regola d’oro” presente in quasi tutti i documenti di gestione delle risorse: si chiede a un paziente se, in caso di scarsità di strumenti salvavita, vuole avervi accesso o lasciare il posto a chi potrebbe avere più probabilità di sopravvivenza. O «maggiore valore per la società». Una regola che «impone una pressione inaudita», conclude Ne’eman» (docente al Lurie Institute for Disability Policy dell’Università Brandeis, ndR).

Dopo lo scalpore dei primi giorni è arrivata la notizia che «la mancanza di criteri che ribadiscano a livello nazionale il valore della vita delle persone disabili ha spinto 27 deputati e 5 senatori Usa a scrivere al dipartimento alla Sanità e alla Giustizia, invitandoli a fornire indicazioni chiare che proteggano le persone con disabilità.» Un pò pochini, pensando che i deputati e i senatori a livello federale sono rispettivamente 475 e 100.

Diversi gruppi, tra cui il Center for Public Representation, hanno presentato una denuncia al ministero della Sanità contro l’Alabama, sostenendo che il Piano per le operazioni di emergenza dello Stato viola la legge federale sui diritti dei disabili. Ma «per ora, l’Amministrazione federale non ha risposto. Il 26 marzo Roger Severino, direttore dell’ufficio per i diritti umani del ministero per la Salute, si è limitato a ribadire il principio che «le persone con disabilità non dovrebbero essere messe in fondo alla linea per i servizi sanitari durante le emergenze». Per i disabili americani – conclude la Molinari – è ancora troppo poco.» E non possiamo che essere d’accordo.

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