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LA STRAGE DI DEBRÉ LIBANOS E LE RESPONSABILITÀ DELLA CHIESA DI ROMA

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Il cardinale Bassetti

Alcuni giorni fa il movimento Noi Siamo Chiesa, sezione italiana del movimento internazionale We Are Church per la riforma della Chiesa cattolica, ha pubblicato un articolo nel quale dichiara insufficienti le scuse del Presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), cardinale Gualtiero Bassetti alla Chiesa copta etiope per il massacro perpetrato dal Regio esercito italiano al monastero di Debré Libanos tra il 21 e il 29 maggio 1937. Il cardinal Bassetti riconosce che quell’atto «fu una mobilitazione del disprezzo e dell’odio contro gli etiopici, considerati nemici dell’aspirazione italiana ad avere un impero coloniale. Come cristiano e responsabile della Cei mi interroga molto» e che «qualche importante prelato dichiarò che sui campi di battaglia sventolava il vessillo della croce di Cristo, quando gran parte dell’Etiopia era già cristiana. La passione nazionalista negò questa storia esaltando la guerra

Il generale Graziani

Non voglio entrare direttamente in una polemica interna alla Chiesa di Roma ma, poiché ho vissuto parecchi anni in Etiopia e quel popolo mi è particolarmente caro, non posso esimermi dall’esprimere il mio appoggio alle critiche del movimento Noi Siamo Chiesa. La Chiesa istituzionale assunse nei confronti della guerra coloniale contro l’Etiopia voluta da Mussolini un atteggiamento di pieno consenso, che non può essere cancellato con un blando discorso di scuse come quello del cardinal Bassetti. Non solo il Papa di allora, Pio XI, consentì la benedizione dei gagliardetti delle formazioni militari e di polizia coloniale che partivano per andare a conquistare l’Africa Orientale, come possiamo vedere nella foto dell’epoca, ma permise da parte dei preti ben altri e più gravi comportamenti.
Il massacro di Debre Libanos si inserisce nel contesto della reazione italiana all’attentato al maresciallo Graziani, viceré dell’Etiopia, che si protrassero dal 9 febbraio 1937, giorno dell’attentato, al 27 maggio dello stesso anno.

I massacri furono feroci, in nulla differenti dai peggiori perpetrati dai nazisti nei paesi occupati (mi vengono in mente S. Anna di Stazzema, Marzabotto e molte altre): tanto per fare un esempio «poco dopo l’incidente, il comando italiano ordinò la chiusura di tutti i negozi, ai cittadini di tornare a casa e sospese le comunicazioni postali e telegrafiche. In un’ora, la capitale fu isolata dal mondo e le strade erano vuote. Nel pomeriggio il partito fascista di Addis Abeba votò un pogrom contro la popolazione cittadina. Il massacro iniziò quella notte e continuò il giorno dopo. Gli etiopi furono uccisi indiscriminatamente, bruciati vivi nelle capanne o abbattuti dai fucili mentre cercavano di uscire. Gli autisti italiani rincorrevano le persone per investirle col camion o le legarono coi piedi al rimorchio trascinandole a morte. Donne vennero frustate e uomini evirati e bambini schiacciati sotto i piedi; gole vennero tagliate, alcuni vennero squartati e lasciati morire o appesi o bastonati a morte… Per ordine espresso di Mussolini Nessuno dei fermi già effettuati e di quelli che si faranno deve essere rilasciato senza mio ordine. Tutti i civili e religiosi comunque sospetti devono essere passati per le armi e senza indugi

Una immagine del massacro di Debré Libanos

A Debre Libanos, distante 150 chilometri da Addis Abeba, gli italiani arrivarono in maggio, mese in cui iniziò la distruzione della chiesa copta sulla base anche di un rapporto dell’avvocato militare Oliveri che sostenne la tesi di un «complotto cui non è estraneo l’aiuto degli inglesi e della comunità ecclesiale copta. Il battaglione eritreo, composto in gran parte da copti, viene sostituito con uno somalo mussulmano, più adatto alla repressione dei cristiani. Le truppe (un battaglione di ascari mussulmani e la banda galla “Mohamed Sultan”), dunque, comandate dal generale Pietro Maletti, partono per la cieca rappresaglia. Lungo i 150 km che da Addis Abeba portano alla città-convento di Debrà Libanòs vengono incendiati 115.422 tucul, tre chiese e un convento, mentre ben 2.523 sono i “ribelli” giustiziati. Fino al 27 maggio vengono passati per le armi 449 tra monaci e diaconi. Secondo ricerche portate avanti da studiosi dell’Università di Nairobi e di Addis Abeba e comunicate ad Angelo Del Boca il numero delle vittime del massacro si aggirerebbe, invece, addirittura tra 1.423 e 2.033 uomini. Le vittime, trasportate sul luogo dell’eccidio da una quarantina di camion, vengono incappucciate e fatte accucciare sul bordo di un crepaccio, uno a fianco all’altro. Le mitragliatrici sparano in continuazione per cinque ore. Interrotte solo per buttare i cadaveri nel crepaccio
Personalmente ricordo di aver visto, nel 2001 o 2002, in un quotidiano di Addis Abeba dell’anniversario dell’attentato a Graziani, una foto dell’epoca: l’immagine di un giovane ufficiale italiano che si era fatto fotografare con alle spalle un muretto su cui stavano le teste di cinque etiopi. Non lo potrò mai dimenticare.

Alla fine della guerra l’Etiopia presentò alla Conferenza di pace di Parigi il conto dei morti che, per la sola parte relativa a persecuzioni, repressione e violenza, esclusi perciò i morti in guerra e nelle azioni partigiane, ammontavano a trentamila per il massacro del 19 febbraio 1937, ventiquattromila patrioti uccisi dalle corti marziali, trentacinquemila patrioti morti nei campi di lavoro a causa di privazioni e maltrattamenti, diciasettemila ottocento donne, bambini ed infermi uccisi dalle bombe.
Mussolini approvò e Graziani rivendicò come merito la completa responsabilità di tanto orrore, pienamente soddisfatto di «aver avuto la forza d’animo di applicare un provvedimento che fece tremare le viscere di tutto il clero, dall’Abuna (capo della chiesa copta) all’ultimo prete o monaco, che da quel momento capirono la necessità di desistere dal loro atteggiamento di ostilità a nostro riguardo, se non volevano essere radicalmente distrutti

Questo fu l’esercito, lo stato fascista. Ma la Chiesa collaborò attivamente. Come riporta lo storico Del Boca (A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale. La conquista dell’impero, Roma-Bari, Laterza, 1979, pag. 537), frati, preti e monaci italiani non si sottrassero a tale collaborazione.
Emblematica è la figura del frate domenicano Reginaldo Giuliani. Amico di D’Annunzio che lo considerava «soldato di Cristo veramente esemplare», fu tra i primi a partire volontario per l’Africa. Sulla campagna di Etiopia si esprime così: «L’impresa cui si è accinta l’Italia… con la luce del genio del suo Governo e con la cooperazione compatta… di tutto il suo popolo, può essere paragonata… a quelle spirituali fiammate di fede e di civiltà che divamparono fra i popoli esuberanti del cristiano medio-evo e che la storia segnò a lunghi capitoli col titolo di Crociate…»
Quanto avesse di spirituale la conquista italiana di Etiopia lo abbiamo visto sopra. E infatti Reginaldo Giuliani, definito mistico dell’azione che s’inebria ascoltando la musica dei moschetti e definisce le camicie nere la punta d’acciaio della penetrazione, indossa la camicia nera e partecipa volentieri all’azione, pur essendo solo un cappellano e rifiutando di vedere i villaggi dati alle fiamme, le chiese copte saccheggiate e distrutte (sogna di costruire la cattedrale di Addis Abeba, naturalmente cattolica), i partigiani etiopi impiccati o inchiodati come Cristo ai tronchi dei sicomori.
Il problema vero è che Giuliani non fu il solo cappellano a indossare la camicia nera e andare in Africa orientale. I 122 cappellani militari che seguirono le truppe erano tutti volontari, la maggior parte ex arditi o decorati della prima guerra mondiale, e i più giovani erano stati selezionati dall’Ordinariato militare ecclesiastico di cui fa parte un arcivescovo con note simpatie fasciste, Angelo Bartolomasi. Perciò la loro considerazione degli etiopi è che si tratti di barbari, straccioni, inumani, il cui cristianesimo è degradato e amorfo, mentre definiscono l’Italia cristiana sabauda e fascista, illuminatrice dei popoli e liberatrice degli schiavi.

La Chiesa ufficiale e istituzionale non fece nulla per fermare i propri preti, per allontanarli dai campi di battaglia, per impedire la collaborazione più esasperata con il fascismo ma anzi la incoraggiò, mandando in Africa orientale soggetti selezionati proprio sulla base del loro fanatismo. La responsabilità dei vertici quindi non è limitata alla sola omissione, ma è di piena e completa partecipazione e consapevole adesione ai crimini fascisti. Non posso infatti credere che ai vertici della Chiesa cattolica ci fossero persone così ottuse, così ignoranti di vangelo e cristianesimo da non capire ciò che faceva. Le scelte furono perciò consapevoli e di puro potere. E che ancora oggi la Chiesa di Roma fatichi a riconoscere certi errori è

Reginaldo Giuliani

chiaramente dimostrato anche dal seguente esempio: il sito Santi e Beati, a cui collaborano eminenti personaggi ed esponenti della Chiesa Cattolica di Roma, contiene una descrizione di Reginaldo Giuliani decisamente agiografica, e che si conclude con le seguenti parole: «Dal 31 ottobre 1956, i suoi resti riposano nella chiesa di S. Domenico a Torino, sotto lo sguardo della Madonna del Rosario. Medaglia d’oro al valor militare, ma soprattutto vero ardito di Cristo, che intese la vita come militia Jesu Christi, con la fierezza di vivere, militare e morire sotto le insegne del Re divino. Abbiamo bisogno di preti che abbiano dentro questo fuoco d’amore portato da Gesù e – non temete – ci sono ancora ragazzi pronti a lasciarsi ardere da questo fuoco».

Se tutto ciò non suscita orrore in un cristiano, vuol dire che del cristianesimo ha capito poco. E ha capito poco del male fatto e delle responsabilità pesantissime della Chiesa anche chi pensa che delle blande scuse, a distanza di ottant’anni dagli avvenimenti, possano essere sufficienti. Ciò soprattutto perché mentre lo Stato Italiano, che pure non ha ancora fatto abbastanza per riparare tanto male, ha però interrotto la continuità con il regime fascista trasformando completamente le sue istituzioni e fondando la Repubblica sulla Costituzione nata dalla Resistenza, la Chiesa è una istituzione che non ha mai interrotto la sua continuità da duemila anni e porta perciò la responsabilità diretta di quanto avvenuto.

Quanto allo Stato e alle sue istituzioni fondate appunto sulla Resistenza, per fare ancora cosa utile e meritoria per rispetto all’Etiopia, ma anche a tutti gli Italiani che hanno combattuto il fascismo e sono morti per la libertà, chiederei due piccole cose: la prima è che a Firenze, la mia città, medaglia d’oro della Resistenza, venga cambiato il nome ad una via che purtroppo con mia vergogna si chiama Reginaldo Giuliani, e propongo di chiamarla via della Resistenza. La seconda credo richieda un intervento un po’ più rilevante: spazzare via il mausoleo di Rodolfo Graziani ad Affile, comune in provincia di Roma che ha istituito il Parco Radimonte e sacrario al soldato Maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani, scrivendoci sopra Patria e Onore, laddove dovrebbe essere scritto crudeltà e violenza sanguinaria.

Marta Torcini

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