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IMPARARE SHABBAT

Questi giorni sospesi, anno 2020, hanno conquistato persino un titolo, si chiamano di emergenza coronavirus. Un aggettivo che spesso li accompagna è surreale. I rumori dei vicoli si sono ammutoliti, le distanze sono al centro, il contatto è il nemico numero uno. A molti l’altro fa paura, è percepito come un rischio, la minaccia della malattia. Se hai il raffreddore, tu me lo devi far sapere … Il silenzio regna sovrano fuori e dentro. Somiglia tanto al silenzio che avvolge le magioni di campagna di una volta, quando si usava coprire i mobili delle case stagionali con lenzuola bianche, come spettri addormentati, anch’essi fiaccati dall’inattività. E’ il silenzio di chi non sa rispondere, perché è impreparato o è stato colto di sorpresa. E’ un silenzio che rinuncia anche a imbrogliare, rifilando una risposta arrangiata. In contatto con questo profondo silenzio, per uno strano gioco di collegamenti involontari, riaffiorava alla memoria un dialogo di alcuni anni fa. Percorrendo le strade antiche di Trani, del suo quartiere ebraico, si parlava di Gerusalemme. In particolare si stagliava nella memoria una frase di allora: a Gerusalemme il sabato è silenzio. Per te il silenzio è lode, o Dio, recita il salmo (Sal 65,2). E’ un silenzio fecondo e significativo. Un silenzio che non sa di distanza, di paura, ma di unione, di relazione profonda, anzi intima. E’ il silenzio che non provoca imbarazzo, perché la vita messa in comune parla comunque. E’ lecito chiedersi se questi due silenzi possano parlarsi? Il silenzio del giorno di Shabbat può trasmettere un po’ di sé al silenzio di questi giorni fra parentesi?

La religione contiene in sé un potere di seduzione. E ciò è vero per ogni forma religiosa. Ammalia. Il miglior incantatore di serpenti, fornito di flauto e di buona volontà, impallidirebbe rispetto all’attrazione che il sacro esercita. E questo impatto è infinitamente superiore a ogni considerazione di carattere teologico, sociologico, antropologico, ecc. Probabilmente sostanzia parecchio ciò che è chiamato comunemente fede. La fede, a sua volta, è un ventaglio ricco di molte sfumature. Può essere fatta semplicemente di gesti appresi e trasmessi senza troppe domande. Paradossalmente potrebbe muoversi lontana dalla vita, senza una particolare consapevolezza emotiva. Questa dimensione è, invece, necessaria nella religiosità incontrata e accolta come relazione d’amore. Si può tranquillamente affermare che chi non l’ha mai provato, senza saperlo, ha perso qualcosa di realmente prezioso. Il sacro parla tante lingue e ognuna attinge al suo fondale, antico e nuovo, forse paragonabile a quello degli oceani nell’era precedente a quella dell’inquinamento. Contemporaneamente, però, ogni lingua emette dei suoni suoi propri. In molte tradizioni religiose non il silenzio, ma la Parola è collocata al principio, che si chiami Dabar come leggiamo nella Bibbia ebraica, si identifichi con il Logos, la Parola diventata uomo in Gesù, Vāc, parola sanscrita familiare ai Veda, o comunicata con l’imperativo arabo Iqrà’, cioè recita, oppure s’identifichi con il suono che contiene tutti i suoni, Om, mantra della meditazione hindu e buddista. La parola nelle religioni non è suono che svanisce. Forse i greci l’avrebbero considerata ousìa, essenza. E’ simile al fondamento di tutte le cose e tutte le ingloba. E’ parola ma è pure silenzio. E’ inizio e fine. Come il sacro che trasmette, anche la parola è un richiamo. Dare la parola a qualcuno significa richiamare la sua attenzione e l’attenzione concretizza una forma di grande disponibilità. In tal senso le religioni suonano continuamente il flauto magico del richiamo. Prestare loro attenzione vuole dire lasciarsi ammaliare.

Shabbat, cioè il sabato nella tradizione ebraica, ha il sapore della forza travolgente, quella che move il sol e le altre stelle (Dante, Paradiso XXXIII, 145). E’ rappresentato in molti modi e in forma poetica nella devozione ebraica. E’ paragonato a una regina, che fa il suo ingresso in famiglia al tramonto del venerdì ed è accolta dalle candele illuminate. Questa luce d’ingresso della festa è accesa, dove possibile, dalla madre di famiglia. Con la regina Shabbat nell’ordinario si schiude un varco un tempo altro, capace di mettere in comunicazione la creazione con i tempi futuri, quelli in cui la comunione in Dio è ovunque e sempre e si manifesta come gioia piena. Il grande rabbino e studioso Abraham Joshua Heschel al Sabato ha dedicato una memorabile opera. Si ricava l’idea che il sabato è simile a un santuario fatto non di pietre, ma di intenzioni rivolte a Dio. Distrutto il Tempio di Gerusalemme, il sabato resta come centro spirituale unificatore di tutto il popolo ebraico. E’ un tempio non costruito in uno spazio fisico, ma fatto di tempo. Un’altra opera che s’incrocia sullo stesso tema è Mudhouse Sabbath. An invitation to a life of spiritual discipline. L’autrice, Lauren F. Winner, sceglie alcune pratiche ebraiche sperimentate come ricchezza da trasferire nella vita e nelle sue circostanze ordinarie e straordinarie come seme fecondo, anche oltre la testimonianza della fede. Raccontando la sua vicenda spirituale, riferisce di come si allontana dalla pratica ebraica, ma matura al contempo il proposito di non lasciar andare alcune sue irriducibili qualità. La prima delle perle presentate coincide proprio con Shabbat. Lauren poteva continuare a vivere non praticando più l’ebraismo, ma non voleva rinunciare allo spirito del sabato. Sempre in contatto con il silenzio della stranezza corrente dell’emergenza sanitaria, sorge un’altra domanda, più pressante: si può nascere cristiani, o gentili di qualunque provenienza, e imparare Shabbat?

Cessazione
Quante volte l’assenza, il senso della mancanza, la percezione dell’abbandono consegnano all’interiorità un silenzio fatto di sottrazioni, che scava e si adagia su di una piaga. Il silenzio del sabato ebraico non è una lontananza. Al contrario è una presenza fondamentale nel senso letterale del termine. Visto e pensato dall’esterno, questo silenzio può sembrare esito di un’imposizione, perdita di tempo, un elenco di azioni che all’ebreo è chiesto di non compiere, divieti, modi curiosi di gestire il quotidiano. Invece, la parola trasformazione può rendere l’idea di che cosa rappresenti il sabato ebraico rispetto agli altri giorni della settimana.


Shabbat significa cessazione, è un giorno messo da parte rispetto al resto della settimana, per via della sua santità, è consacrato ad altro, è slanciato verso l’altro, sfocia nella trascendenza. Da un lato le attività umane s’impongono un limite e così imitano quello che Dio stesso ha fatto: Dio, nel settimo giorno, portò a compimento il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro che aveva fatto. Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli aveva fatto creando (Gen 2,2-3). Compimento, cessazione, benedizione, consacrazione, creazione: queste parole narrano chi è la regina Shabbat, che nel candelabro a sette bracci, la maestosa menorah, è proprio il pilastro centrale. Perdere Shabbat significa perdere tutto il resto, rimanere come inebetiti rispetto alla vita che nel suo complesso si offre al credente come creazione, opera di Dio, armonia che a tutto assegna un senso. In questo disegno si muove sinuosa una tentazione pericolosa, confondere la creatura con il Creatore. Nei sei giorni ordinari della settimana la creatura umana agisce sul mondo, impone dei cambiamenti, esercita una signoria analoga a quella del Creatore. La differenza si manifesta in tutto il suo splendore il settimo giorno, quando l’attività umana, tutto ciò che è assimilabile a una forma di creazione, si ferma e si connette esclusivamente al suo centro irradiatore, riconoscendo e testimoniando l’unicità di Dio creatore. E così ogni lavoro umano cessa per contemplare, ma soprattutto per godere di tutto quanto Dio ha fatto e continua a compiere. La cessazione tipica di questo tempo si concede così non alla rinuncia o all’osservanza formale, come potrebbe giudicare uno sguardo superficiale ed estraneo. E’ un lasciarsi raggiungere dalla bellezza che non sfiorisce e che non ricorda nessun bel quadro di natura morta, perché reca con sé un germoglio sempre disponibile alla fioritura. E così il sabato ebraico diventa un’offerta a Dio, una memoria vivente della voce, della parola primordiale, per ascoltare la quale tutto è ridotto volentieri al silenzio. Ascolta, Israele (Dt 6,4) è l’imperativo principale, tutto il resto viene dopo e probabilmente non potrebbe nemmeno realizzarsi, se non sul presupposto dell’ascolto. Non si ascolta soltanto nel giorno festivo, ma questo rappresenta un’occasione prolungata, più confortevole per amare, perché … è il sabato in onore del Signore, tuo Dio … (Es 20, 10).

Spirito e tempo
Nella ferialità, e nel torpore della cosiddetta normalità, si può incorrere nel rischio di dare tutto per scontato. Specialmente oggigiorno tendiamo alle facili consumazioni. Numerose disillusioni ci hanno indotto ad abbassare l’asticella delle nostre aspettative e ciò si riverbera anche nel nostro rapporto con il sacro e nelle nostre relazioni quotidiane. Stare bene è già qualcosa, stare meglio sarebbe di più, ma, come si dice, chi si accontenta gode. Viviamo tante vite brevi e frammentate. Ma religione, secondo Lattanzio, non deriva forse da religare, cioè unire insieme? Come può il religioso accontentarsi di un respiro corto, quando sa di vivere collegato all’infinito? La scienza medica è in grado di fotografare la capacità dei polmoni di accogliere l’ossigeno. Lo fa a partire dal respiro e dal soffio, dall’atto di inspirare e di espirare. E così si viene a sapere che ciò che sembra, e che in parte è, una cosa naturale e spontanea come il respiro, si può imparare ad eseguire meglio, in modo da consentire ai polmoni di sfruttare tutta la loro capacità. Seppure non afflitti da malattie bronchiali o polmonari, anche se non con il respiro, ma con lo spirito, tendiamo tutti a respirare meno di quanto potremmo. Le religioni ci hanno insegnato e continuano a insegnarci come respirare, sfruttando tutta intera la capacità dei polmoni spirituali. Apprenderlo, eseguirlo sono cose diverse.

Analogamente al respiro potremmo giudicare totalmente spontanee e immediate esperienze molto feconde per la vita nel suo complesso, come la gioia, la fede, l’amore, la condivisione. Sono tutte percepibili come esperienze in divenire, che si potrebbe imparare ad apprezzare nella loro continua gestazione. L’orante affida questa incubazione a Dio. Il papà del giovane epilettico risponde così a Gesù: Credo, aiuta la mia incredulità! (Mc 9, 24). Non è una contraddizione, ma l’accoglienza di una prospettiva che inquadra una meta sempre dinanzi, che non si lascia mai possedere, ma preferisce spingere in avanti. Ma questa preparazione è affidata anche al telaio paziente della cura e alla fabbrica della fiducia. Fa molto pensare a tal proposito un quadretto descritto in un racconto della sino-americana Yiyun Li. Narra di un anziano che si reca in visita dalla figlia che vive negli Stati Uniti. Stando solo tutto il giorno, passeggia nel parco, dove trova cordiali i saluti che altri anziani come lui gli rivolgono. In particolare stringe amicizia con una donna di origine iraniana, su per giù sua coetanea, ospite di una casa di riposo. Seduti su di una panchina, si confidano, parlano, mescolano e confondono due o tre lingue per volta, lunghi silenzi tradiscono le loro mancate comprensioni dovute al loro inglese sgangherato. Eppure in quel parlare e in quell’ascoltare sono felici perché sono disponibili l’uno verso l’altra. A un certo punto l’uomo, riflettendo su quella straordinaria opportunità di condivisione, afferma che in Cina si dice che ci vogliono trecento anni di preghiere per avere l’occasione di attraversare il fiume con qualcuno sulla stessa barca, … perché un padre e una figlia si capiscano mille anni, forse, … tremila anni di preghiere per poggiare la testa sul cuscino accanto a quella della persona che ami. Cogliendo alcune suggestioni, si può sintetizzare che ci vuole cura. La cura, a sua volta, richiede tempo e perseveranza.

Shabbat è il giorno della cura intesa come dedizione, un lavoro delicato e di precisione che sa ritornare all’essenza. Non la considera mai un dato acquisito. L’essenza, tradotta in termini più concreti, può paragonarsi alla preparazione del terreno originario, quello che ha visto l’incontro iniziale con Dio, e, in lui, con se stessi, con ogni altro, con ogni dimensione della vita. E per fare questo occorre tempo, ascolto, preghiera. Può suonare strano, ma occorre un argine, che è il punto in cui ci si ferma per riconoscere la precedenza naturale. L’esperienza di questo tipo di “argine” è comune, quando si accompagna la crescita dei piccoli o la riabilitazione dei più deboli. Le azioni della cura non sono mai casuali, sono mirate. E l’obiettivo generico è sempre la migliore emancipazione possibile in quel momento. Un adulto che si sostituisce sempre al bambino o al convalescente lo rende dipendente, rende un servizio a se stesso, non ai soggetti che assiste. La cura impone l’argine che lascia esprimere l’altro come soggetto autonomo e lo lascia conquistare il suo spazio. E gli lascia godere la gioia del compimento possibile qui e ora. Il limite contiene una lezione anche per chi lo assume e lo esercita, ed è anch’essa espressa attraverso la gioia del compimento. E’ nella presa di coscienza che, pur potendo di fatto varcare quel confine invisibile, sei capace di non farlo perché in quel momento accogli e manifesti un amore di un ordine superiore, meno egoico, più disinteressato, più simile a quello del Creatore, che, per ben sei giorni ogni settimana, sa contrarsi per consentire alla tua creatività di agire sul mondo, che è opera sua.

Quello che resta di Shabbat
In alcune occasioni ho potuto condividere la celebrazione di Shabbat con comunità diverse, ma ora vorrei averlo fatto di più. Shabbat è un giorno pieno di allegria, in cui si gode della compagnia, si dedica tempo alla lettura della Torah, alla preghiera, alla tavola, alle gioie che concedono un assaggio di paradiso. Nel sabato, luogo ideale di contatto fra il mondo presente e quello futuro, si prega augurando gioiscano i cieli, esulti la terra (Sal 96,11). Il luogo della celebrazione è la famiglia, l’atmosfera propria è quella di una ritrovata intimità. I lumi del sabato in fondo non sono soltanto l’omaggio alla sposa che entra e che annuncia la presenza di Dio in quella casa. Gettano luce anche sull’ambiente intorno. Come accendere i lumi di Shabbat nella miseria della violenza, del litigio, dell’infedeltà? Non farebbero altro che portare alla luce questa dispersione. Quando Shabbat sta per finire, per cedere nuovamente il passo al tempo ordinario, si compie un rito. Compare una sorta di nostalgia, come quella che accompagna la partenza di una persona cara. Da un lato si vorrebbe rimanere sempre nel tempo di Shabbat, come sarà quando tutto sarà compiuto, tutto sarà in comunione. Non è ancora il momento. Inoltre, la Regina torna ogni sette giorni anche per sostenere e agevolare nel corso dei giorni feriali, perché quello che dà Shabbat un giorno feriale non lo può dare. Così, quando il tramonto del sabato impone di salutarla, i presenti odorano del profumo. Il sabato rimane con te come il profumo che indossi. E’ per te, ma è anche una scia che si lascia percepire dagli altri. La sposa è generosa, non ti fa andare via a mani vuote. Quando anni fa scrissi Il giorno di Dio, pensai ad alcuni doni spirituali del settimo giorno: libertà, interiorità, memoria, identità, gioia. E’ forse fuori luogo chiedersi se possano valere anche per chi non è ebreo? Potrebbero valere, penso, a patto che sia una comunità ebraica ad accoglierci e ad insegnarcelo, nell’ottica di quel principio che la teologia ecumenica e del dialogo chiama ospitalità. In questi giorni vorrei aver imparato molto di più che cosa è Shabbat. E vorrei che anche ad altri non ebrei venisse questo desiderio. Credo che se molti si lasciassero contagiare da un’autentica esperienza del settimo giorno ebraico, conquisteremmo un’immunità di gregge (mi esercito con il lessico assimilato in questi giorni) da ogni forma di schiavitù, cioè sia da ogni dipendenza che dal bisogno morboso di sottomettere gli altri, di prevaricare gli uni sugli altri. Godremmo di un equilibrio migliore su questa terra. Forse potremmo imparare a far parlare meglio le nostre interiorità, a metterle in comunicazione con Dio, con se stesse, fra di loro e con la preghiera. Shabbat è un tempo per diventare familiari di Dio, da un lato lo siamo, dall’altro lo diventiamo nel tempo che passa.

E forse resta dell’altro, la radicalità. Per chi non è ebreo il sabato ebraico può sembrare una celebrazione amplificata. Piuttosto sarebbe meglio approfondire la sua radicalità. E’ radicale tutto quanto è molto importante, perché non ammette compromessi, perché conquista nella sua totalità. E stranamente tutte le proposte radicali non passano mai di moda e non smettono mai di attrarre. Sollecitano le opzioni fondamentali che ognuno reca dentro di sé.

Shabbat è un tempo di forte speranza, una solennità che si astiene dal fuoco ma che inizia con le luci. E una festa confortevole, che si prende il tempo per far lievitare il pane, un pane fatto di memoria e di celebrazione. Anticipa nell’ordinario lo straordinario di quanto è perfetto, perché Dio lo ha compiuto così, lo ricapitolerà così. Sa farlo pregustare, valorizzando abilmente il limite, la fragilità, nelle cui pieghe è la tentazione di vivere come se Dio non esistesse, sostituendosi a lui. Nel sabato ebraico l’autolimitazione fa dedicare esclusivamente a ciò che conta, recupera dalla miseria di tante situazioni superflue, eppure inevitabili, della vita di tutti gli altri giorni. E’ un richiamo alla santità, non soltanto a quella che attiene esclusivamente al tre volte Santo, ma alla consacrazione, l’essere stati messi da parte per lui. Ciò per Israele s’inscrive nella teologia del patto e si esprime nell’elezione propria del popolo ebraico e alla sua specifica missione di diventare segno per le genti. Questo stesso concetto, però, non manca in altre teologie. Il cristiano è consacrato a Dio dal battesimo ed è unito a lui in Cristo. Anche la teologia islamica conosce e onora il patto primordiale stipulato da Dio con gli uomini e assicura che sarà loro ricordato alla fine dei tempi.


Il sabato è una festa unificante, raccoglie da ogni luogo di dispersione, fisica e spirituale. Non è strano che racchiuda in sé un pizzico di tristezza oltre a una grande quantità di gioia, perché nessuno vorrebbe separarsi dalla Regina. Questa nostalgia fa riscoprire sempre pellegrini, sempre pronti a partire, come Abramo, sempre in cammino. La sosta godibile e ristoratrice del sabato serve a rinfrancare e a ricordare questa continua ricerca.
Nella tenda di Abramo in fondo tutti dovrebbero poter trovare ristoro, imparando che vuol dire l’augurio del sabato, Shabbat shalom, che cosa voglia dire vivere non separandosi mai da questa benedizione,
diffondendola come il profumo del sabato. Magari potessimo tutti entrare in questo Shabbat, un santuario nel tempo, immerso nel silenzio gioioso, che blocca il lutto e fa combaciare cielo e terra.

Ada Prisco

Un pensiero riguardo “IMPARARE SHABBAT

  • 19 Marzo 2020 in 00:08
    Permalink

    Ringrazio per la pubblicazione di questo testo che invita a dare senso allo scorrere del nostro poco tempo sulla terra valorizzando soprattutto il tempo sospeso. Shabbat è una benedizione in cui tutti i popoli della terra potranno essere ricompresi. Per grazia del Dio Padre di GesùCristo.

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