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IL SIGNORE, UNA MARCA DI DIVANI E IL VUOTO DI EMOZIONI

In questi giorni di problemi sanitari urgenti non si ha quasi il tempo di pensare a nient’altro, ma c’è un mondo che va avanti imperterrito e non si cura di nulla: è la pubblicità che, soprattutto dalla televisione, ci insegue o meglio, ci perseguita senza sosta. E proprio in questi giorni mi è venuto da pensare ad una pubblicità martellante, quella di una famosa marca di divani, che ormai da mesi ci ossessiona con le sue proposte di offerte specialissime che terminano sempre domenica prossima. La particolarità ovviamente non è il martellamento, né le offerte speciali che dovrebbero sempre finire e non finiscono mai, ma piuttosto l’uso strumentale della religione, con chiari riferimenti a quella cristiana.
Non è certo la prima volta che la religione viene strumentalizzata per fini che nulla hanno a che vedere con la fede. Agli albori dell’umanità ci furono persone che usarono la comune ignoranza dei fenomeni naturali per farsi interpreti e mediatori della volontà divina, così da assurgere a veri potentati e caste sacerdotali, che imponevano il loro potere a capi politici, re e popoli. Ben conosciamo la storia dell’ebraismo e del cristianesimo con caste sacerdotali, poteri temporali, episcopati, sovrani a capo delle confessioni religiose, uomini politici e di Chiesa a braccetto.
Perché questo riferimento storico? Cosa c’entra con la pubblicità? Mi pare evidente che la pubblicità di questa marca di mobili sta cercando di operare esattamente la stessa strumentalizzazione, con tono accattivante e certamente più soave di quelle politiche, ma non meno invasiva e subdola. E su questo ci sono da fare alcune considerazioni.
In primo luogo, trovo che questa reclame banalizzi a tal punto il fatto religioso da renderlo offensivo. Dio non è banale, e se è vero, almeno per i credenti, che si occupa di noi fin nelle piccole cose, è anche vero che l’arredamento della nostra casa è un fatto quotidiano su cui – sono convinta – Dio rimanga del tutto indifferente, mentre si occupa certamente di chi non ha neppure una casa da arredare. Mi si domanderà, ma che male fa? L’ho detto: banalizza Dio, trasforma la fede, l’affidarsi a Dio, in un fatto superficiale e innocuo, mentre la fede non è affatto innocua, è sempre scelta di campo, amore per il bene comune.
La banalizzazione di Dio inoltre lo presenta come una specie di supervisore, di controllore. Se non compri quel divano, fatto dalle mani d’oro dell’artigiano – a loro volta fatte dal Supremo (riferimento massonico?) – è quasi come se disdegnassi l’opera stessa di Dio. Ma Dio non è né un supervisore né uno che costruisce mobili, sia pure per interposta persona, è Uno che costruisce persone, cuori e anime. A questo punto viene spontanea una domanda: in un’epoca come la nostra in cui la società tende all’ateismo o perlomeno all’indifferenza e all’agnosticismo verso il fatto religioso, una tale pubblicità è efficace? E più importante, se sì, perché?
Non sono in grado di dare risposte, posso solo fare delle ipotesi che invito i lettori a prendere come spunti per una riflessione. Se una tale pubblicità è replicata (anche se non è la prima volta che si usano in pubblicità parafrasi divine – si pensi ad una altrettanto famosa marca di caffè – ma è la prima volta mi pare che Dio viene chiamato direttamente in causa), evidentemente funziona.
Ma appunto, perché? La mia ipotesi è che ateismo, agnosticismo e indifferenza siano tentativi dell’uomo di usare la sola ragione per spiegare se stesso, il proprio ruolo nel mondo e il significato stesso della vita, ma che, dopo un periodo di autoaffermazione umana originato nell’illuminismo, l’essere umano non riesca a trovare risposte solo nella ragione. Intendiamoci, io non nego affatto il valore della ragione ma la ragione non basta a soddisfare i bisogni profondi dell’essere umano. Il bisogno di amore per esempio, la brama di denaro e di potere, la rabbia, i desideri, il dare un senso alle proprie vite, nel bene e nel male. Insomma non spiega le emozioni. E non dico neppure che le emozioni possano trovare la loro spiegazione e la loro giustificazione solo nell’esistenza di Dio e nella fede. Dico però che io trovo nella fede un senso per le mie emozioni, e non credo di essere da sola. E’ questo il motivo principale per cui non ho risposte universalmente valide da dare: mi piacerebbe solo che la pubblicità evitasse di usare Dio, banalizzando così con Lui anche ciò che io, e molti milioni di persone con me, hanno di più importante nella vita.

Marta Torcini

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