NOBEL AL PRIMO MINISTRO ETIOPE, UN RICONOSCIMENTO MERITATO MA NON SUFFICIENTE

Nei giorni scorsi le pagine dei giornali sono state occupate dalla notizia dell’assegnazione del premio Nobel per la pace al Primo Ministro delll’Etiopia Abiy Ahmed. Una notizia bellissima, in particolare per chi conosce il Paese, la sua storia recente e il contesto geopolitico, ed è quindi in grado di immaginare le immense difficoltà che Abiy ha dovuto affrontare per raggiungere il risultato che gli ha meritato il premio: la pace con l’Eritrea.

Un premio ampiamente meritato, si diceva. Abiy è infatti di etnia Oromo, in un Paese in cui l’etnia Amara prima, e quella Tigrina poi, hanno dominato con pugno di ferro. Invece di seguire le logiche finora applicate, che avrebbero fatto pensare ad una politica revanscista, il Primo Ministro ha liberato migliaia di prigionieri politici, ha legalizzato i gruppi di opposizione, anche quelli classificati “terroristi” ed ha avviato i negoziati con l’Eritrea che hanno finalmente condotto ad una vera pace, dopo decenni di guerra (dal 1998) e di “pace armata” e precaria.
Questo straordinario cambiamento in positivo non deve però far pensare che tutto sia a posto e non deve nasconderci le difficoltà del processo di pace, e più in generale di crescita e maturazione culturale e politica dell’Etiopia, senza le quali anche la pace esterna rimane un obiettivo instabile. La spinta progressista che Abiy ha dato all’Etiopia infatti si radica su un substrato di conflitti antichi, un sistema costituzionale di tipo federale fondato sul concetto di “etnia” e diviso fra decine di “popoli e nazioni”. Dopo la fine dell’impero di Hailé Selassie, il sostegno ricevuto dal DERG (il comitato di governo presieduto dal dittatore Mengistu) da parte dell’allora Unione Sovietica determinò l’impostazione della politica e dell’economia del Paese secondo un sistema di tipo comunista che non ha però dato i frutti sperati. L’opposizione nata in Tigrai con il Tigraian Liberation Front, a cui si allearono per necessità di cose altre etnie, ha portato, dopo 16 anni di terribile guerra civile durante i quali la popolazione civile è stata più volte massacrata (è rimasto famoso il bombardamento del mercato piccola città di Hauzen, nel nord del Tigrai, da parte del governo, nel quale restarono uccise circa 2000 persone, in prevalenza donne, bambini e vecchi), al dominio esercitato sul Paese dall’élite dell’etnia tigrina.
I tigrini non hanno risparmiato il pugno di ferro. Ricordo bene, nel 2004 e 2005, quando ancora vivevo in Etiopia, le rivolte degli studenti universitari e liceali di Addis Abeba, le sparatorie per le strade, i rastrellamenti notturni degli studenti di un liceo vicino a dove abitavo, le esecuzioni sommarie dei “berretti rossi” (mercenari al servizio del governo), le incarcerazioni di giovani e oppositori politici. Le rivolte ovviamente non erano altro che la punta dell’iceberg di una opposizione politica con la quale si usavano gli strumenti della repressione piuttosto che quelli del dialogo. Tutto questo lascia il segno.
Abiy, che queste esperienze le ha vissute, ne ha tratto una lezione profondamente diversa da quella che hanno sempre imparato i suoi predecessori e ha fatto tutto quanto era in suo potere per sostenere il processo verso la pacificazione interna e la modernizzazione (in un paese ancora profondamente maschilista e patriarcale, ha affidato metà degli incarichi di governo a donne), ma nessun processo di maturazione culturale può essere accelerato più di tanto. L’Etiopia, così come gli altri paesi africani, sta cercando di fare in relativamente pochi decenni, un percorso che l’Europa ha fatto in oltre millecinquecento anni. Se oggi gli strumenti culturali e di comunicazione possono veicolare conoscenza e informazione molto di più e molto meglio che in passato, il processo di radicazione e di accettazione dei cambiamenti nella mente umana è molto più lento. L’élite culturale si adeguerà velocemente, ma le donne e gli uomini che ancora vivono in villaggi privi di energia elettrica e acqua corrente, sono in maggioranza ancorati ad antiche tradizioni e costumi che non sono più accettabili in una società moderna, e scontano il prezzo dell’analfabetismo. Il lavoro da svolgere è lento e difficile e non privo di ostacoli e di tenaci oppositori (Abiy è già sopravvissuto ad un attentato alla sua vita), ma la massa della popolazione deve essere coinvolta in questo processo evolutivo.
E’ inoltre necessario che il Primo Ministro giochi un ruolo nuovo in Africa, puntando non solo alla stabilità e democrazia interna, ma lavorando anche per la democratizzazione dei Paesi vicini, primo fra tutti proprio l’Eritrea, se davvero si vuole che la pace metta radici profonde in quella parte del mondo. L’Etiopia non può e non deve restare isolata, e Abiy Ahmed non deve essere lasciato solo dagli altri leader africani.

Marta Torcini

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