TAGLIO DEI PARLAMENTARI. UNA QUESTIONE DI QUALITÀ?

La scorsa settimana la Camera dei deputati ha votato, in ultima lettura, la riduzione del numero dei parlamentari. Il voto ha permesso l’approvazione del ddl costituzionale, a prima firma Fraccaro, con 553 voti favorevoli e solo 14 deputati contrari. Così come previsto per i procedimenti di revisione della Costituzione, il disegno di legge costituzionale sulla riduzione dei parlamentari ha ottenuto il quarto voto di approvazione. Dunque, il legislatore ha deciso la riduzione, dalla prossima legislatura, dei membri della Camera dai 630 attuali ai futuri 400, mentre il Senato della Repubblica passa dai 315 membri attuali ai 200 previsti.

Diverse le reazioni del mondo politico. Il M5S ha commentato in maniera entusiasta il risultato, lodandosi di aver mantenuto una promessa elettorale. La maggior parte dei partiti politici ha votato a favore, così da cavalcare un tema che dà un grande consenso popolare. Anche forze politiche, come il Pd e Leu, che fino a ieri avevano espresso una netta contrarietà al taglio dei parlamentari, oggi hanno cambiato idea e sostenuto il ddl Fraccaro, con l’intento di salvaguardare il già precario equilibrio della nuova maggioranza a sostegno dell’esecutivo guidato da Conte.
Come si può facilmente intuire il taglio delle poltrone è, a tutti gli effetti, il più classico argomento contro la casta e le “oscure” dinamiche del palazzo. Un modo per dare risposte semplificate a temi complessi e delicati, come l’equilibrio tra i poteri in una democrazia. Il semplice taglio dei parlamentari non è una questione di qualità ma esclusivamente di quantità. Si tratta di una riforma vuota, una modifica costituzionale che incide sulla composizione delle assemblee parlamentari, espressione della volontà popolare, ma che non è stata inserita in un complessivo ridisegno delle istituzioni.
Con la mera riduzione del numero dei parlamentari, il rapporto tra eletti e popolazione italiana diviene tra i più bassi d’Europa, creando un preoccupante vulnus alla rappresentanza delle diverse sensibilità politiche presenti nel nostro paese.
L’argomento principale dei fautori della lotta alla casta punta sul tema del risparmio. Anche qui, va osservato come si parli di cifre insignificanti: solo 64 milioni di euro. Se si fosse deciso di dimezzare le indennità parlamentari si sarebbe registrato un risparmio più significativo. A tutti gli effetti, si tratta di pura propaganda che nasconde un taglio alla democrazia, poiché questa modifica costituzionale non viene accompagnata dall’approvazione di una nuova legge elettorale di impianto proporzionale. Infatti, occorre un disegno riformatore complessivo che tenga insieme numero dei parlamentari, ridefinizione dei collegi elettorali e nuovo formato elettorale. Se così non fosse, c’è il rischio che s’indeboliscano gli elementi essenziali della rappresentanza della sovranità popolare nelle aule parlamentari.
Sulla legge elettorale bisogna muoversi con cautela, evitando un nuovo sbilanciamento maggioritario che comporterebbe l’ulteriore riduzione delle forze politiche presenti in Parlamento.
Oggi vi sono sul tappeto diverse ipotesi e molte d’impronta maggioritaria, tese ad un indebolimento della rappresentanza, espungendo totalmente il conflitto sociale dalle aule parlamentari, che a quel punto diverrebbero una sorta di “bunker” sordo alle istanze sociali avanzate dalla cittadinanza attiva.
Negli scorsi giorni è stato proposto il sistema spagnolo, un proporzionale molto corretto che, grazie a un sistema di piccole circoscrizioni e con le liste bloccate, premia i partiti più grandi, non garantendo la rappresentatività a liste che raccolgono milioni di voti. Si parla anche di un doppio turno nazionale di coalizione, una suggestione da almeno un ventennio, che dovrebbe ricalcare il sistema elettorale in vigore per i Comuni sopra i 15mila abitanti, un sistema che privilegia le aggregazioni e che quindi potrebbe avere una soglia di sbarramento più bassa.
Tuttavia, per salvaguardare la rappresentanza democratica messa a rischio dalla riduzione dei membri del parlamento, l’unica via è l’approvazione di una legge elettorale d’impianto proporzionale, priva di soglie di sbarramento o, in subordine, con una soglia più bassa rispetto a quella prevista dalla legge elettorale vigente. Un proporzionale che contribuisca a rendere la contesa politica maggiormente basata sui programmi, sulle idee e sulle visioni del mondo e meno sulle personalizzazioni, sulle semplificazioni che rischiano di aprire la strada a ipotesi autoritarie.

Paolo D’Aleo

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