DOPO IL REFERENDUM COSTITUZIONALE: UN INVITO ALLA PARTECIPAZIONE

Il 4 dicembre è passato, i cittadini italiani si sono pronunciati dopo una lunga e a tratti estenuante campagna referendaria. L’affluenza alle urne oltre ogni più rosea previsione, il 65,5% del corpo elettorale si è espresso in maniera chiara: la riforma costituzionale è stata bocciata con il 59% dei consensi mentre i Si hanno raggiunto poco più del 40%.
Il premier Renzi aveva impostato la campagna referendaria come una sorta di giudizio cosmico, un’ordalia, non tanto sul merito del progetto di revisione costituzionale, quanto su una valutazione complessiva dell’azione di governo. Nel realizzare quest’operazione politica, si è profondamente lacerato il campo della sinistra, si è cercato lo scontro con le associazioni che da sempre difendono la Costituzione anti-fascista (si vedano, ad esempio, le polemiche estive contro l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia o i conflitti con l’Arci nazionale).
Un tale risultato referendario, ha obbligatoriamente portato alle dimissioni dal governo del segretario del Pd e la conseguente apertura della crisi politica. Provando a riannodare i fili della lunga campagna referendaria, alla luce dei risultati, è possibile trarre alcune considerazioni: in primo luogo si conferma l’esistenza di una sorta di “patriottismo costituzionale”, potremmo dire una relazione fiduciaria tra il popolo italiano e la Carta Costituzionale.  A conferma di ciò, si osservi come le proposte di revisione organica della Costituzione siano state bocciate sia nel 2005 sia oggi. Ciò significa che quando si propone la modifica di un terzo del testo costituzionale, emerge con nettezza la contrarietà dei cittadini che vedono nella Costituzione l’ultimo baluardo di democrazia contro i poteri forti. In altre parole, ha vinto una difesa della Costituzione che non si fida né dei governi, né dei partiti. La Costituzione come baluardo contro le ambiguità del carattere ondivago della politica di questi tempi.  La seconda considerazione è che esiste una frattura profonda tra il popolo e l’estabilishment, un processo d’incomunicabilità profonda, tanto a livello nazionale che occidentale. Chi soffre la crisi economica, in particolare i giovani, hanno espresso, con maggioranze bulgare, la propria contrarietà ad una riforma che è apparsa inspirata dai poteri forti nazionali ed europei. L’idea di conquistare i voti del ceto-medio, che sempre è stato favorevole alla stabilità e filo-governativo, mostra una visione tardo-blairiana ma in un contesto economico e sociale profondamente mutato rispetto agli anni ’90. In realtà quei ceti medi sono in sofferenza, vivono processi di proletarizzazione, temono per il proprio futuro, sono angosciati a causa della crisi e della precarietà del lavoro dei figli. Grandi riforme della Costituzione d’ora in poi devono essere valutate con particolare attenzione, poiché dal risultato referendario viene un chiaro messaggio a trattare la materia costituzionale con maggiore rispetto, evitando che su di essa si producano divisioni insanabili.
Gli italiani accettano interventi puntuali e necessari, ma non revisioni generali della carta costituzionale, anche se si tratta solo della parte ordinamentale. Tuttavia, a mio parere, occorre affrontare, in modo chiaro e risoluto, i motivi della crisi sociale ed occupazionale.  Occorre dare risposte progressiste a questi problemi, ribaltando i dogmi dell’austerità liberista, al fine di garantire a tutti i cittadini, in particolare a coloro che soffrono maggiormente, il pieno ed armonioso sviluppo della personalità.
Nel contempo, è necessario che la cittadinanza attiva sperimenti forme di democrazia partecipativa e deliberativa, all’interno di una sfera pubblica dialogica ed inclusiva dove poter individuare collettivamente le policy principali e costruire nuovi percorsi di dialogo interculturale.

Paolo D’Aleo

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